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> 14 novembre 2005 ore 20:30 Auditorium Giovanni Agnelli Accademia Bizantina Stefano Montanari, Paolo Zinzani, Lisa Ferguson violini primi Fiorenza De Donatis, Laura Mirri, Stefania Trovesi violini secondi Diego Mecca, Jun Okada viole Marco Frezzato, Paolo Ballanti violoncelli Giovanni Sabbioni violone Tiziano Bagnati arciliuto e chitarra barocca Romano Valentini organo Ottavio Dantone maestro di concerto al cembalo
Il tesoro più prezioso di Antonio Vivaldi, i Concerti dell'Estro Armonico, che fecero epoca nel Settecento europeo, e Le quattro stagioni, oggi la sua musica più amata, rivissute dai musicisti dell'Accademia Bizantina.
Antonio Vivaldi
Concerto in do maggiore per archi e basso continuo (da RV 114 e RV 116) Allegro - Andante - Ciaccona
dall’Estro Armonico op. 3
Concerto n. 8 in la minore per due violini RV 522 Allegro - Larghetto e spiritoso - Allegro Stefano Montanari, Fiorenza De Donatis violini
Concerto n. 6 in la minore per violino solo RV 356 Allegro - Largo - Presto Stefano Montanari violino
Concerto n. 5 in la maggiore per due violini RV 519 Allegro - Largo - Allegro Stefano Montanari, Fiorenza De Donatis violini
dal Cimento dell’Armonia e dell’Inventione op. 8
Concerto in mi maggiore n. 1 “La Primavera” Allegro - Largo e pianissimo sempre - Danza pastorale. Allegro
Concerto in sol minore n. 2 “L’Estate” Allegro non molto - Adagio-Presto - Presto
Concerto in fa maggiore n. 3 “L’Autunno” Allegro - Adagio - Allegro
Concerto in fa minore n. 4 “L’Inverno” Allegro non molto - Largo - Allegro
Stefano Montanari violino
“La Primavera” Giunt’è la Primavera e festosetti La salutan gl’augei con lieto canto, E i fonti allo spirar de’ zeffiretti Con dolce mormorio scorrono intanto: Vengon’ coprendo l’aer di nero amanto E lampi, e tuoni ad annuntiarla eletti. Indi tacendo questi, gl’augelletti; Tornan’ di nuovo al lor canoro incanto: E quindi sul fiorito ameno prato Al caro mormorio di fronde e piante Dorme ’l caprar col fido can’ à lato. Di pastoral zampogna al suon festante Danzan ninfe e pastor nel tetto amato Di Primavera all’apparir brillante.
“L’Estate” Sotto dura staggion dal Sole accesa Langue l’huom, langue ’l gregge, ed arde il pino; Scioglie il cucco la voce, e tosto intesa Canta la tortorella e ’l gardelino. Zeffiro dolce spira, mà contesa Muove Borea improviso al suo vicino; E piange il pastorel, perché sospesa Teme fiera borasca, e ’l suo destino. Toglie alle membra lasse il suo riposo Il timore de’ lampi, e tuoni fieri E de’ mosche, e mossoni il stuol furioso! Ah che pur troppo i suo timor son veri Tuona e fulmina il ciel e grandioso Tronca il capo alle spiche e a’ grani alteri.
“L’Autunno” Celebra il vilanel con balli e canti Del felice raccolto il bel piacere E del liquor di Bacco accesi tanti Finiscono col sonno il lor godere. Fà ch’ogn’uno tralasci e balli e canti L’aria che temperata dà piacere, E la staggion ch’invita tanti e tanti D’un dolcissimo sonno al bel godere. I cacciator alla nov’alba à caccia Con corni, schioppi, e cani escono fuore Fugge la belva, e seguono la traccia; Già sbigottita, e lassa al gran rumore De’ schioppi e cani, ferita minaccia Languida di fuggir, mà oppressa muore.
“L’Inverno” Aggiacciato tremar trà nevi algenti Al severo spirar d’orrido vento, Correr battendo i piedi ogni momento; E pel soverchio gel batter i denti; Passar al foco i dì quieti e contenti Mentre la pioggia fuor bagna ben cento Caminar sopra ’l giaccio, e à passo lento Per timor di cader gersene intenti; Gir forte sdruzziolar, cader à terra Di nuove ir sopra ’l giaccio e correr forte Sin ch’il giaccio si rompe, e si disserra; Sentir uscir dalle serrate porte Sirocco Borea, e tutti i venti in guerra Quest’è ’l Verno, mà tal, che gioja apporte.
Antonio Vivaldi (1678 - 1741), I Concerti dell’Estro Armonico op. 3 I Concerti di Antonio Vivaldi, un po’ come le Sonate di Domenico Scarlatti, rappresentano il Settecento musicale nel suo spirito più essenziale e nella sua forma più agile e attillata; abbandoni e confessioni non mancano, ma sempre governati da un esprit de géometrie di natura ritmica, chiara e asciutta, tanto apprezzata dal gusto moderno di quel Novecento che usciva dalla tempesta romantica.
La raccolta dei Concerti opera 3 intitolata L’Estro Armonico, così come quelli dell’opera 8 (Il Cimento dell’Armonia e dell’Inventione), emergono sulle centinaia di opere vivaldiane per la perfezione con cui realizzano il nuovo ideale del concerto strumentale: unità di azione, impeto dinamico, personalità di temi che agiscono con l’autorità di veri personaggi; la coesione della composizione, un tempo affidata al tessuto del contrappunto, è sostituita dalle apparizioni di temi che “ritornano” con una strategia costruttiva tale da determinare la così detta “forma-ritornello”, basata cioè su libere estrapolazioni inquadrate dai periodici ritorni del tema principale a piena orchestra.
I dodici Concerti dell’opera 3 (oggi preceduti dalle lettere RV che si riferiscono alla catalogazione di Peter Ryom, 1973) furono pubblicati ad Amsterdam nel 1712-13 e subito ristampati da editori francesi e inglesi; ma già manoscritti avevano viaggiato per l’Europa ed erano conosciuti e ammirati dai musicisti più competenti: Bach, ad esempio, ne aveva trascritti e utilizzati un certo numero per le sue esercitazioni concertistiche alla corte di Weimar. è ancora da ricordare che il titolo Estro Armonico, tradotto da alcuni stranieri in modo generico come génie harmonique, musical fancy o the divine afflatus, contiene invece l’idea precisa di una gara fra due categorie di valori, la fantasia inventiva (“Estro”) e la costruzione formale (“Armonico”): come conferma l’intitolazione dell’opera 8, Il Cimento dell’Armonia e dell’Inventione, che dice la stessa cosa in modo più sciolto.
Fra tanto ricercare, scoprire e studiare nel mare dei concerti di Vivaldi, il n. 8 dell’opera 3 resterà sempre una delle più fulgide affermazioni del suo genio; non si contano, nel primo movimento, le invenzioni e le figure autosufficienti che vi si affollano a creare una tensione che nemmeno l’accordo conclusivo riesce a esaurire; nel secondo, l’aggettivo spiritoso unito a Larghetto si può addirittura intendere come “spiritato”, con quegli strumenti che sembrano tracciare per lo spazio segni iniziatici, come una risacca sotto il canto spiegato dei due violini soli; senza nulla di “caratteristico”, di certo siamo a Venezia, terra di labili forme e di spettri notturni. Il Finale non ha più nulla dei finali leggeri alla giga; la sua densità è ancora aumentata da un tema cantabile collocato in modo inatteso al cuore del pezzo: «è come se le finestre e le porte di una sontuosa sala barocca - scriveva Alfred Einstein - siano state spalancate per accogliervi la libertà della Natura».
Il Concerto n. 6 è per violino solo e orchestra, genere che assorbirà ogni altra combinazione nei decenni futuri; indimenticabile è il tema con cui esordisce, esempio del lavoro di ampliamento che Vivaldi opera sui “motti” o segnali a note ripetute, tipici delle trombe, nei concerti di scuola bolognese. Il Largo (tacciono i bassi) vede librarsi il canto purissimo del solo, riservando una ripresa del dialogo serrato per il Presto finale.
Il Concerto n. 5, per due violini come l’ottavo, si apre con un tema scandito alla marcia, sulla cui rigidezza si arrovellano subito i due soli in una gara di energia; ma poi, nel corso del pezzo, è il primo che tende a prevalere, divenendo protagonista unico nel secondo movimento; l’incastro riprende invece nel Finale, con corse “doppie” e inseguimenti repentini che si sprigionano come zampilli d’acqua e di luce.
Antonio Vivaldi, I “Concerti delle Stagioni” dell’op. 8 Giustamente celebri, sono i Concerti più conosciuti e amati di tutta l’opera di Vivaldi, con un posto d’onore nella storia della musica “a programma”: genere, antico come la musica, che vuole adeguare l’invenzione a un “programma” esterno, cioè a un soggetto storico o mitologico, a una narrazione o a una contemplazione di natura. La natura di Vivaldi non è la natura animica dei romantici, di boschi o fiumi sentiti come anime viventi, ma quella abitata e lavorata dall’uomo, quella delle Georgiche di Virgilio e delle sue innumerevoli raffigurazioni artistiche e letterarie, specialmente fiorenti nel Settecento sotto la concezione dell’arte come imitazione della natura. Ma la meraviglia perenne delle “Stagioni” vivaldiane dipende naturalmente dal loro superare (ma non dimenticare!) il puro valore illustrativo: a volte si ha l’impressione che quanto più Vivaldi si dedica all’illustrazione, tanto più si addentra nell’autonoma perfezione della costruzione musicale; non si può dire se nasca prima l’immagine o il tema, e talvolta sembra proprio che sia l’invenzione musicale, il suo “scatto” immediato, a suggerire l’immagine.
Anche i “Concerti delle Stagioni” avevano circolato prima della pubblicazione nella raccolta dell’opera 8, intitolata “Il cimento dell’armonia e dell’invenzione”, apparsa ad Amsterdam nel 1725; l’editore li aveva accompagnati con i quattro “Sonetti dimostrativi”, pure riportati nel presente programma.
Michael Talbot ha spiegato bene l’integrazione fra il “programma” e la forma-ritornello: i soli, per lo più, realizzano la precisione dei quadretti minori, mentre al ritornello dell’orchestra è affidato il senso del clima generale e dello stato d’animo riflesso.
Così all’entrare della “Primavera” gli uccelli saltellano fra i trilli dei violini, i ruscelli scorrono, i lampi sfrecciano, mentre il festoso ritornello soffia via ogni volta le amabili immagini per riproporne di nuove sul foglio tornato bianco; a volte l’artista sembra incantarsi della sua stessa abilità (la gara di gorgheggi fra gli uccelli), ma un senso supremo della forma ristabilisce l’armonia delle proporzioni e l’assolutezza della pagina(tanto che Vivaldi la userà anche come Sinfonia introduttiva all’opera Giustino).
“L’Estate” è il Concerto più fitto di bozzetti e di minuti aneddoti descrittivi, a cominciare dalla prima frase, barcollante sotto i vapori spessi della canicola; ma da questo fondo indistinto i versi del cucù e il languore della tortorella e il cardellino acutissimo si staccano con tale vivacità che sembra di poterli mettere in gabbia e addomesticarli, tanto sono precisi i tratti in cui si profilano; né manca, prima dello scatenarsi della tempesta, l’interesse psicologico per il “pianto del pastorello”.
“L’Autunno”, fra feste di contadini e attività sportiva di cacciatori, è specialmente ricco di ritmi marcati, separati dall’oasi lirica dell’Adagio; è vero che questa pagina è dedicata agli “ubriachi dormienti”, ma anche su di loro sembra scendere una pace soprannaturale.
“L’Inverno” è forse il Concerto in cui il quadro si depura di più in invenzione musicale: la figura della nota ripetuta velocemente (per il freddo, «correr battendo i piedi ogni momento ») diventa il tema di uno straordinario capriccio, mentre nel Largo il pizzicato dei violini primi e secondi («la pioggia fuor») è dedicato a sostenere un purissimo canto di respiro mozartiano.
Ma poi, nelle “Stagioni” di Vivaldi, anche il freddo, il ghiaccio e la pioggia sono realtà da contemplare con diletto, e così pure villani e ubriachi, che non mancano di una loro acerba grazia: tutti riuniti in una Arcadia felice, utopia di un mondo sentito come cosa bella e armoniosa.
Giorgio Pestelli
Accademia Bizantina Fondata nel 1983 a Ravenna, l’Accademia Bizantina è oggi accreditata dalla critica più qualificata come uno dei gruppi con strumenti originali più esperti e raffinati nel repertorio del Seicento e del Settecento italiano.
Il rigore stilistico, la fantasia interpretativa e la perfezione tecnica sono le qualità peculiari che le vengono universalmente riconosciute e che le permettono di spaziare con successo nel repertorio coevo di tutta Europa.
L’Accademia Bizantina è presente nelle rassegne e nei festival più importanti sia in Italia sia all’estero e ha effettuato tournée in Europa, Israele, Giappone, Messico, Stati Uniti e Sud America.
L’Accademia ha al proprio attivo una notevole attività discografica e numerose registrazioni radiofoniche e televisive per la RAI e altre emittenti nazionali ed estere.
Dal gennaio 1996 i musicisti dell’Accademia Bizantina hanno scelto di affidarsi alla direzione musicale di Ottavio Dantone.
Ottavio Dantone si è diplomato in organo e clavicembalo al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano. Ha intrapreso la carriera concertistica giovanissimo, dedicandosi fin dall’inizio allo studio della musica antica e segnalandosi presto come uno dei clavicembalisti più esperti e di talento della sua generazione.
Nel 1985 ha ottenuto il premio di basso continuo al Concorso Internazionale di clavicembalo di Parigi e nel 1986 è stato premiato al Concorso Internazionale di Bruges, primo italiano ad aver ottenuto tali riconoscimenti a livello internazionale in ambito clavicembalistico.
Negli ultimi anni ha gradualmente affiancato alla sua attività di solista quella di direttore d’orchestra, estendendo il suo repertorio al periodo classico e romantico.
In questa veste ha collaborato con diverse orchestre quali Pomeriggi Musicali di Milano, Fondazione Toscanini, Orchestra di Padova e del Veneto, Orchestra Milano Classica, Teatro Lirico di Cagliari, Accademia Filarmonica della Scala.
Dopo una collaborazione che data al 1989, dal 1996 è Direttore musicale dell’Accademia Bizantina. Ha tenuto concerti in tutta Europa, Stati Uniti, Giappone, Israele e Messico ed effettuato moltissime registrazioni televisive e radiofoniche in Italia e all’estero sia come solista sia come concertatore e continuista. L’incisione delle “Sonate di gravicembalo” di Pietro Domenico Paradisi è stata premiata dalla critica italiana come miglior disco del 1998. Nell’autunno 1999 è stato scelto da Riccardo Muti per dirigere dopo di lui le repliche di Nina pazza per amore di Giovanni Paisiello, al Teatro alla Scala di Milano.
Profondo conoscitore della prassi esecutiva barocca, tiene regolarmente corsi di clavicembalo, musica d’insieme, basso continuo e improvvisazione.
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