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> 21 marzo 2006 ore 20:30 Auditorium Giovanni Agnelli Sächsische Staatskapelle Dresden Georges Prêtre direttore
Strauss Don Juan, poema sinfonico op. 20
Duett-Concertino in fa maggiore AV 147 per clarinetto, fagotto, orchestra d'archi e arpa Allegro moderato - Andante - Rondò. Presto Wolfram Große, clarinetto Joachim Hans, fagotto
Berlioz Symphonie fantastique op. 14 Rêveries. Passions Un bal Scène aux champs Marche au supplice Songe d’une nuit du Sabbat
Ritorno di un grande direttore francese, di casa nei capolavori di ogni nazione, e di una celebre orchestra: per un Richard Strauss colto all'inizio e alla fine della sua parabola e per l'immortale "Fantastica" di Berlioz.
Richard Strauss (1864 - 1949), Don Juan, poema sinfonico op. 20 A ventiquattro anni, fra il 1887 e l’88, Strauss apre con Don Juan op. 20 la straordinaria serie dei suoi “poemi sinfonici”; difficile trovarne un altro, fra i successivi, che gli stia a fianco per slancio creativo; ma ancora più difficile presagire nei lavori precedenti (il prolisso, anche se qua e là geniale, Aus Italien è del 1886) la piena inventiva e il senso infallibile della forma che risplendono nel Don Juan op. 20. Lo stesso Strauss sembra esserne stato sorpreso: dopo una prova del 7 novembre 1889 scriverà al padre che l’esecuzione ha segnato un successo anche ai suoi occhi, «poiché ho capito di aver fatto ulteriori passi avanti nella sicurezza della scrittura orchestrale».
La prima esecuzione pubblica avviene pochi giorni dopo, l’11 novembre, sotto la direzione del giovanissimo autore a Weimar; qui Strauss era stato da poco nominato Kapellmeister del Granduca di Sassonia-Weimar ed era tutto fuoco per la “musica dell’avvenire”, consapevole di aver ereditato il posto e il ruolo di Franz Liszt.
Don Juan è ispirato al poema omonimo di Nikolaus Lenau, una delle anime più tormentate del romanticismo nell’età della Restaurazione; a differenza di quanto avverrà in altri poemi sinfonici costellati di sottotitoli e riferimenti, qui Strauss tira diritto in un solo grande respiro senza consentire collegamenti se non vaghi ai versi di Lenau; ispirandosi quindi generalmente al vitalismo alla corsa in avanti del famoso personaggio; come scrive Donald Francis Tovey nel suo saggio sulla composizione «uno studio del poema riuscirà molto più illuminante alla luce della musica, di quanto uno studio della musica alla luce del poema».
Nella torrenziale abbondanza di idee si riconoscono alcuni temi emergenti, tutti congeniti al dinamismo del brano: apertura esplosiva, temi scattanti, avviticchiati, nervosità ritmica, con qualcosa del procedere a zig zag tipico di Berlioz; da una parte scale velocissime, dove non contano le note singole ma il gesto; e dall’altra archi di scoperta cantabilità, melodicità, pathos e toni flebili denotati dall’intervento dell’arpa e dal violino solo, in un tono confidente di serenata, di colloquio segreto; quando il ritmo rallenta, una consumata arte della variazione usa gli stessi elementi ma ne modifica il clima: emerge l’oboe, in un episodio di struggente nostalgia meridionale che serve anche di preparazione alla spettacolosa entrata dei corni, vero asso nella manica o “coup de théâtre” di tutto il brano. La conclusione è notevolissima (il Don Giovanni di Lenau muore in duello, ucciso dal figlio di una delle sue vittime), degno in tutto della fulminea essenzialità dell’opera: dopo una euforica armonia in fortissimo, lunga pausa di silenzio, quindi un accordo in minore in pianissimo, su cui le due trombe appoggiano una nota (un fa) come un rintocco fatale e ineluttabile; la corsa di Don Giovanni è finita, il nobile costume del libertino si slaccia e l’ardore vitale si raffredda in un mormorio e in una immobilità incredula, quasi sprezzante nella concisione con cui si dilegua dal mondo.
Richard Strauss, Duett-Concertino in fa maggiore AV 147 per clarinetto, fagotto, orchestra d’archi e arpa Nel 1947, mentre vive in esilio a Montreux, Strauss ripesca dalla sua giovinezza un suggerimento di Hans von Bülow, che nel 1885 aveva ascoltato in Russia un Trio di Glinka per violoncello, clarinetto e fagotto; nel dare forma al lontano ricordo, il trio diventa un duetto per i due stessi strumenti a fiato, il violoncello diventa un’arpa, mentre si aggiunge l’orchestra, ma ristretta ai soli archi; l’idea strumentale si combina con un sottofondo narrativo, perché l’ottantatreenne musicista sta progettando anche un’opera per ragazzi da una fiaba di Andersen, quella del principe che si fa guardiano di porci per stare accanto alla principessa (sulla stessa vicenda Nino Rota aveva già scritto nel 1926 la sua prima opera lirica, Il principe porcaro: Strauss e Rota ravvicinati, che capitombolo di nomi e di anni!). Sembra infatti che il clarinetto sia da associare al personaggio femminile e il fagotto al principe-mendicante; esistono poi degli appunti sotto alcuni disegni tematici, come il rituale “c’era una volta” per il primo affettuoso attacco degli archi, e il Rondò finale non fa certo mistero della conclusione felice del racconto; ma si tratta in ogni caso di riferimenti o suggestioni molto vaghi in una composizione pensata nei quadri della più pura tradizione strumentale e articolata in tre parti senza interruzione: Allegro moderato, Andante (con breve cadenza dei due solisti) e Presto; la prima esecuzione avvenne a Lugano per Radio Monteceneri il 4 aprile 1948, direttore Otmar Nussio.
Fra le composizioni straussiane del dopo guerra solo Metamorfosi è dominata da una visione tragica e luttuosa, le altre, come il nostro “Duetto Concertino”, sembrano sottrarsi ai tempi e veleggiare verso sublimi trasfigurazioni rococò, verso luminosità mozartiane contemplate dietro un velo leggero; sul piano linguistico sono ancora da approfondire i modi personalissimi con cui Strauss maneggia i rapporti fra tonalità e il concetto allargato di “consonanza”; ma qui vale di più suggerire il senso moralmente positivo, assertore della vita come di un bene, che circola in queste partiture “finali”. Positive, ma tuttavia pervase da un’arcana malinconia per un mondo musicale perduto, teatri distrutti, pubblico scomparso; certo, giovani che continuavano ad amare la musica ce n’erano sempre, come quel soldato delle truppe americane di occupazione, John de Lancy, oboista dell’Orchestra di Philadelphia che convinse il compositore a scrivere il Concerto per oboe e piccola orchestra; ma il vecchio Strauss doveva sentire che non solo un ambiente, ma un po’ della stessa bellezza della sua opera si era eclissata con la generazione che l’aveva vista nascere; da qui il luogo comune della critica “dell’artista sopravvissuto a se stesso”: laddove era sopravvissuto a trasformazioni e rovine irreparabili solo rimanendo se stesso; che è anche l’unico modo di sopravvivere.
Hector Berlioz (1803 - 1869), Symphonie fantastique op. 14 Quando nasce la “Sinfonia fantastica”, fra il 1829 e il ’30, il genio di Berlioz si era già rivelato a se stesso con le “Otto scene del Faust”; ma nessun’altro lo sapeva, tanto meno Goethe che non potè nemmeno vedere il lavoro perché subito cestinato da prudenti consiglieri; per cui la Fantastique, presentata il 5 dicembre 1830 al Conservatorio di Parigi sotto la direzione di François-Antoine Habeneck, fu la prima opera che impose la sua potenza visionaria a un pubblico per nulla pronto a riceverla. A un paio d’anni dalla scomparsa di Beethoven, è incredibile quanto l’esordio di questa Sinfonia se ne allontani: nulla di più comune in sé di una “introduzione”, ma qui non percepiamo nessuna traccia sulla direzione da prendere, nessun desiderio di azione; incertezze, sospiri, aspirazioni sì, ma ancora vaghe e come avvolte di vapori; poi si sprigionano corse dei violini “a punta d’arco” (cioè leggerissime) e quindi, come un raggio di sole, una frase del corno che suona come un atto di amore verso l’astro di Weber e verso quel mondo romantico cui Berlioz aspirava senza poterne raggiungere l’integrità e naturalezza; in realtà, più che in ogni altra pagina della sua Sinfonia, qui Berlioz ha messo il piede in una regione sconosciuta, precorrendo le ambiguità spirituali della decadenza.
Scoperto questo mondo, Berlioz ripara in forme più vicine alla tradizione, anche se velate dalla letterarietà di un “programma” probabilmente ispirato alla rielaborazione che de Musset fece delle Confessioni di un mangiatore d’oppio di Quincey. In breve, pubblicato nell’edizione a stampa del 1845, il programma era il seguente: un giovane artista innamorato e respinto decide di avvelenarsi, ma sbagliate le dosi del narcotico precipita in un sonno popolato di fantasmi (Rêveries. Passions); nel sogno incontra l’amata a un ballo (Valse), poi in campagna in una sera d’estate (Scène aux champs); pazzo di gelosia l’artista uccide la donna e un tribunale lo condanna alla ghigliottina (Marche au supplice); l’ultima visione è quella infernale di una festa satanica (Songe d’une nuit de Sabbat), dove l’amata riappare sotto veste di maga circondata da fuochi fatui, mostri e scheletri danzanti. Un tema ricorrente (“idée fixe”) accompagna ogni apparizione della donna: una frase ascendente che raggiunta la nota più acuta e tenuta ridiscende in calando, come il grafico di un impulso.
L’idea del “programma” non aveva nessun rapporto con la musica romantica e veniva da Lesueur, maestro di Berlioz, e dal gusto e dalla concezione francese della musica come “arte imitativa”; e infatti un vero romantico come Schumann, recensendo l’opera nel 1835 (dalla trascrizione pianistica fattane da Liszt), biasimò questo unico punto del “programma”, come se la musica avesse bisogno di stampelle, in un articolo pieno di ammirazione. Nuovissimo suonava invece l’inserimento in seconda posizione di un Valzer, danza democratica già diffusa nella musica da camera (si pensi a Schubert), ma non ancora accettata nelle forme severe della Sinfonia; nella “Scena campestre” sono più che mai evidenti le tracce della “Pastorale” di Beethoven, ma il personaggio Berlioz si fa sentire dove risuona il dialogo musicale di due mandriani (corno inglese e oboe), anticipo di quell’amore per il sud e l’Italia pittoresca che da lì a poco avrebbe prodotto Aroldo in Italia e il Benvenuto Cellini. La “Marcia al supplizio”, già pensata per un’opera teatrale lasciata interrotta, Les Francs-Juges, è una scenografica, quasi carnale esaltazione della potenza fisica del suono; nel Sabba finale si uniscono gli scricchiolii di danze macabre e i rintocchi del medioevale “Dies irae”, esempio tumultuoso di quella che Shelley chiamava «la tempestosa leggiadria del terrore».
Giorgio Pestelli
Nato a Douai, nel nord della Francia, Georges Prêtre ha completato gli studi musicali al Conservatoire National Supérieur di Parigi e ha debuttato all'Opéra di Marsiglia all'età di 22 anni. Nel 1956 entra all'Opéra Comique per poi passare alla guida dell'Opéra di Parigi, dove resta fino al 1963. Negli stessi anni dirige per diverse stagioni l'orchestra del Metropolitan di New York e le principali orchestre americane e a quell'epoca risale anche l'inizio di un'intensa collaborazione con La Scala di Milano.
Nel 1966 Prêtre viene nominato direttore musicale dell'Opéra di Parigi; a partire da allora si trova a guidare le maggiori orchestre europee, tra le quali i Berliner e i Wiener Philharmoniker e la London Symphony. Nel 1986 è stato nominato direttore ospite principale dei Wiener Symphoniker, di cui è oggi direttore onorario a vita. Nel luglio del 1989 ha inaugurato l'Opéra Bastille a Parigi, alla guida dell'Orchestra e del Coro di questa nuova struttura. Nel 1995 è stato ospite d'onore dell'Orchestra Sinfonica della Radio di Stoccarda. Nel '99 ha tenuto numerosi concerti per il centenario della nascita di Francis Poulenc.
Nel 2001, per il centenario della morte di Giuseppe Verdi, ha diretto diversi Requiem in varie città, tra cui Roma e Verona. Nello stesso anno è ritornato alla Scala di Milano per una nuova produzione di Turandot, riscuotendo un trionfale successo. Nel 2002 ha iniziato un'importante e continuativa collaborazione con la Staatskapelle Dresden. Nel 2004, anno del suo ottantesimo compleanno, Prêtre è tornato a dirigere le sue orchestre preferite in Europa (Santa Cecilia, Maggio Musicale Fiorentino, Filarmonica della Scala, Fenice di Venezia, Wiener Symphoniker e Wiener Philharmoniker, SWR di Stoccarda, NDR di Amburgo, Staatskapelle di Dresda), oltre alle più amate compagini francesi (Orchestre National de France, Orchestra dell'Opéra de Paris, Orchestre National du Capitole di Tolosa).
Del 2005 sono i nuovi progetti di Carmen al nuovo Auditorium Parco della Musica di Roma e di Pelléas et Mélisande di Debussy per il Teatro alla Scala di Milano.
Georges Prêtre è uno degli artisti francesi che hanno ricevuto il maggior numero di riconoscimenti in Francia ed all'estero. Nel 2004 è stato nominato Comandante della Legion d'Onore francese e decorato con la Croce d'onore Austriaca per le arti e la scienza. È anche membro onorario della prestigiosa Società degli Amici della Musica di Vienna.
Nel 1998 la Sächsische Staatskapelle Dresden ha festeggiato i 450 anni dalla fondazione, avvenuta nel 1548 a opera dell'Elettore di Sassonia, Moritz, e un'attività ininterrotta e di primo piano che dura da più di quattro secoli.
All'orchestra si associano peculiari caratteristiche timbriche e di omogeneità e trasparenza di suono, oltre che la memoria di illustri musicisti di tutti i tempi: da Schütz, Hasse, Weber e Wagner ai più recenti Böhm, Kempe, Sanderling e Blomstedt. Giuseppe Sinopoli ne è stato direttore principale dal 1992 fino alla sua prematura scomparsa e al suo posto è subentrato, fino al 2004 Bernard Haitink; Fabio Luisi ne sarà il direttore musicale generale a partire dalla stagione 2007/2008, Colin Davis ne è invece il direttore onorario.
Un forte legame è esistito tra l'orchestra e Richard Strauss, compositore e direttore, tanto che ancora oggi viene chiamata "l'orchestra di Strauss". Il sodalizio è durato oltre sessant'anni e a Dresda si sono tenute le prime di nove delle sue opere, tra cui Elektra, Salome e Der Rosenkavalier. All'orchestra Strauss ha dedicato Eine Alpensinfonie.
L'elenco delle prime esecuzioni affidate all'orchestra e delle dediche è lunghissimo e comprende opere di Vivaldi, Schumann, Liszt, Wagner, Hindemith, Weill e, più di recente, di Zimmermann, Matthus, Rihm e Kantscheli. Illustri ospiti si sono esibiti con l'orchestra: Mozart, Paganini, Mendelssohn, Liszt, Brahms, Berlioz, Stravinskij. Molti direttori famosi l'hanno guidata: Karajan, Kleiber, Sawallisch, Jochum, Ozawa, Levine, Maazel, Previn, Harnoncourt, Gardiner, Eschenbach, Chung, Gatti, Thielemann e Harding.
In generale, l'attività spazia dal Barocco al contemporaneo e ha sede attualmente nella ricostruita Semperoper, dove tiene più di 50 concerti per stagione. I suoi membri si dedicano alla musica da camera, da quando esiste il Tonkünstler-Verein, fondato nel 1854. Un cinquantina dei suoi professori d'orchestra insegnano al Collegio musicale Carl Maria von Weber di Dresda.
La Staatskapelle compie regolari tournée all'estero, che la portano in tutto il mondo: dall'Europa agli Stati Uniti al Sudest asiatico. Partecipa alle Festwochen di Vienna e Berlino, al Beethoven Festival di Bonn, al Festival di Salisburgo, allo Schleswig-Holstein e all'Osaka Festival, alla Primavera di Praga, ai Festival di Lucerna e di Edimburgo, e ai BBC Proms di Londra.
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