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stagione 2007/08 > 12 novembre 2007
  > 12 novembre 2007 ore 20:30 Sala Cinquecento
  Oberon Piano Trio
  Henja Semmler violino
  Julia Tom violoncello
  Jonathan Aner pianoforte

  Mozart
  Trio in sol maggiore K 564
  Allegro
  Thema e variazioni
  (Andante)
  Allegretto


  Rihm
  Fremde Szene III

  Šostakovič
  Trio in mi minore op. 67
  Andante
  Allegro non troppo
  Largo
  Allegretto



Wolfgang Rihm, oggi cinquantacinquenne, è uno dei maggiori rappresentanti della generazione successiva alle avanguardie post-belliche. La sua produzione è stata definita “neo-semplice”, “neoromantica”, “neoespressionista”, ma nessuno di questi sintagmi esaurisce la sua estetica. E tuttavia nessuno di essi è del tutto fuorviante, anzi: la sua “semplicità” di dettato chiaramente tende al dialogo con l’ascoltatore attraverso il ricupero di meccanismi ereditati dalla tonalità; il “romanticismo” è una delle componenti della sua cultura, esibita senza ambiguità fin dai testi dei suoi lieder (da Novalis, Hölderlin, Nietzsche); infine l’“espressione” lirica, che emerge in ogni suo lavoro, risulta proiettata sullo sfondo di un’amplissima tradizione costantemente presente. Rihm si è formato negli anni Settanta con Wolfgang Fortner e Karlheinz Stockhausen a Darmstadt, mentre con Humphrey Searle approfondiva l’analisi delle composizioni otto-novecentesche, e con il grande musicologo Hans Heinrich Eggebrecht acquisiva le basi filosofiche tali da superare i rischi a cui l’adornismo esponeva le post-avanguardie.

L’esito è una musica di altissimo interesse, che fin dagli anni Ottanta ha proposto una riflessione intertestuale sulla storia musicale europea. E pur in questa ricchezza di riferimenti, la musica di Rihm non suona mai come una fuga nel passato, una rinuncia all’attualità, una chiusura nella tradizione, conservando d’altronde l’obiettivo dell’espressione lirica. Lirismo come espressione soggettiva e cultura sovraindividuale, sono infine dominati da una superiore qualità costruttiva, anch’essa in equilibrio tra forme ereditate dalla tradizione e idee ricreate ad hoc volta a volta.

Nelle sue opere troviamo riferimenti a Schubert (Sehnsuchtwalzer per orchestra, 1979; Erscheinung per archi, 1978), a Brahms (Brahmsliebewalzer, 1979-86), a Dallapiccola (O notte, 1975); oltre a numerosi brani del 1990 dedicati a Luigi Nono: Abgewandt 2, Cantus Firmus, Ricercare, infine La lugubre gondola che richiama alla memoria l’epitaffio di Liszt per Wagner.

Ma il più frequente ed evidente riferimento è quello a Robert Schumann, tanto nei lieder quanto nei Trii Fremden Szenen I-III. Numerosi compositori del secondo Novecento hanno guardato a Schumann come a una fonte ancor viva nella modernità: ad esempio Elliott Carter nelle sue Night Fantasies per pianoforte, Murray Schafer nell’Adieu Robert Schumann, György Kurtág con Hommage à R. Sch. op. 15d per clarinetto, viola e pianoforte; fino alla generazione dei coetanei a chi scrive e chi suona, con Doppi affetti (fantasien opus 16) per pianoforte di Alberto Colla (2000), “riflessione” sulle fantasie pianistiche schumanniane.

Individualità, soggettività, opera come espressione del soggetto lirico, sono fondamenti della musica europea post-beethoveniana, messi in crisi dalle avanguardie di metà Novecento; Rihm riafferma questi principi a chiare parole, e il ricupero delle triadi consonanti non è che un esempio particolarmente manifesto di questa poetica. Poetica che se negli anni Settanta-ottanta dovette sembrare quasi un “tradimento”, oggi risulta sempre più condivisa.

Il titolo Fremde Szene (Scena sconosciuta) richiama Schumann: dai paesaggi fremden che emergono negli Eichendorff-Lieder op. 39 e in molti altri luoghi, alle forme frammentarie delle raccolte di Szenen (da quelle Infantili a quelle boscherecce dell’op. 82, fino ai frammenti dal Faust). Estraneità e frammentismo: due radicati fondamenti della poetica di Schumann, che qui penetrano nel tessuto compositivo di Rihm.

Oltre a ciò, il primo tema cantabile su accordi ribattuti viene indicato in partitura come «Verrufene Stelle (luogo malfamato)»: oltre all’esplicito richiamo schumanniano (op. 82 n. 4), anche la ampia cadenza tonale al sol in contesto non tonale rappresenta quell’idea verbalmente esplicitata. Il sol, sia come nota cardine, sia armonizzato con triade consonante maggiore o minore, rappresenta per gran parte della composizione il “luogo malfamato” ricorrente: dal primo episodio, dove è raggiunto dapprima in fortissimo come sol minore e quindi estinto lentamente nel registro gravissimo, alla terza sezione («Schnell, un poco pesante») in cui sul ritmo funebre anapestico del piano gli archi intrecciano una linea sinuosa a grandi salti, intimamente schumanniana. Altrettanto schumanniana è la grande progressione tonale su cui culmina la ultima sezione, con una ampia melodia degli archi sugli arpeggi pianistici; la progressione è un efficace strumento espressivo nelle mani di Schumann (un caso per tutti: il lied “Aus dem Hebräischen Gesängen” dalle Myrthen op. 25).

A “frammentare” queste consonanze ricorrenti, Rihm pone un altrettanto ricorrente ciclo di quarte eccedenti, ossia l’intervallo più alieno dalla tonalità: dal primo accordo pianistico in pianissimo (due quarte sovrapposte), fino all’arpeggio del pianoforte ancora in pianissimo a pochi secondi dalla fine.


Qualche parola ora su Mozart e Šostakovič. Il Trio KV 564 appartiene a quel gruppo di opere della maturità in cui Mozart mira, come scrive al padre, a soddisfare tanto i “conoscitori” (Kenner) quanto i “dilettanti” (Liebhaber). Il primo intento si manifesta soprattutto nelle Variazioni centrali, con un largo uso di passi contrappuntistici e con una fitta elaborazione dello schema tematico; il primo tempo e soprattutto il Rondò finale sono invece pura gioia liberatoria (fatti salvi quei punti misteriosi dove la consueta ambiguità mozartiana apre squarci improvvisi).

Il rapporto di Šostakovič con la storia, con la tonalità e con la modernità potrebbe sembrare analogo a quello di Rihm, ma si tratta di prospettive divergenti, tanto che spesso si è visto nel russo il modello di compositore “anti-romantico”. I quattro tempi dell’op. 67 presentano quattro volti di questo stesso individuo. L’Andante disegna un processo ininterrotto fra estremi opposti: da un canone sottovoce in uno stile affine a quello di Bartók, emerge organicamente una chiara melodia accompagnata, sfogata finalmente nella vivacità ritmica dell’episodio finale. Il rasserenamento prosegue nell’Allegro, il cui inizio si potrebbe collocare fra Haydn e Schubert, se non fosse per le continue virate armoniche così tipiche del compositore sovietico. Di carattere opposto, ma basato su analoghi principi compositivi, il Largo è condotto su una grande melodia violinistica, subito sviluppata dal violoncello. Altra straordinaria trovata è il finale dove ai pizzicati degli archi il pianoforte sovrappone una melodia di carattere modale dalla ritmica vigorosa, che Šostakovič ripete amplificandola continuamente. Essa culmina in un episodio sognante, avvolto dai leggeri e rapidi arpeggi pianistici. L’immediato ritorno ai pizzicati d’inizio costituisce un semplice ponte verso gli ampi accordi tonali con cui il pianoforte chiude l’opera; è una professione di fede nel valore eterno della tonalità, ossia esattamente ciò che Rihm dice di non volere, di non pensare.

Antonio Rostagno


Oberon Piano Trio L’Oberon Piano Trio riunisce, all’insegna della giovinezza e del superamento dei confini continentali, il pianista israeliano Jonathan Aner, la violinista tedesca Henja Semmler e la violoncellista americana Julia Tom. Nonostante i diversi background dei suoi componenti e la data recente del loro incontro, avvenuto nel 2006, i tre musicisti hanno già condiviso anni di esperienze musicali. Henja e Jonathan hanno studiato insieme alla Musikhochschule di Lubecca, mentre Julia e Henja suonano e viaggiano insieme da molte stagioni con la Mahler Chamber Orchestra. Tuttavia, è stato dopo lo scioglimento dei loro ensemble precedenti – per Jonathan il Tel Aviv Trio, per Henja il Kastalia-Quartett e per Julia il Winterling-Trio – che hanno deciso di unire le loro esperienze a formare l’Oberon Piano Trio.

L’obiettivo del gruppo è quello di esplorare ed eseguire non solo lavori di conclamata notorietà, ma anche il repertorio oggi meno noto della letteratura per questa formazione, come ad esempio i trii di Carl Philipp Emanuel Bach e i primi trii di Franz Joseph Haydn, oppure i lavori di giovani compositori viventi. I membri del Trio Oberon si muovono così ad ampio raggio attraverso le più vaste tipologie espressive, mostrando di apprezzare gli strumenti e la pratica storica come le tecniche non convenzionali e le tendenze di genere che molte opere dei loro contemporanei richiedono.

Oberon, il re delle fate del Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare, simboleggia il mondo della magia, della fantasia e del gioco, e i componenti del Trio, pur provenendo da continenti diversi, sono entrati insieme in questo mondo magico che è il cuore dell’espressività musicale. Caratterizzati da radici scolastiche differenti, la loro musica nasce da fresche e personali pulsioni alla scoperta, e cercano di trasmetterla al pubblico come qualcosa di vivo e vibrante.
  
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