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> 4 dicembre 2007 ore 20:30 Sala Cinquecento
mdi ensemble
Sonia Formenti flauto
Paolo Casiraghi clarinetto
Jacopo Bigi violino
Paolo Fumagalli viola
Giorgio Casati violoncello
Alessandro Dolci pianoforte
Yoichi Sugiyama direttore
Brahms
Quartetto op. 25
Allegro
Intermezzo. Allegro ma non troppo
Andante con moto
Rondò alla zingarese. Presto
Pesson Cassation
Schönberg Kammersymphonie op. 9 (trascr. Webern)
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Il primo Quartetto con pianoforte di Johannes
Brahms, pubblicato nel 1863, ottenne un
gradissimo successo; in pochi anni questo
brano fece il giro di tutte le maggiori
associazioni concertistiche d’Europa; anche in
Italia, dove la pratica strumentale fu a lungo
ostacolata dalla supremazia vocale, questo fu
uno dei primi lavori di Brahms a raggiungere la
notorietà. Non è facile dire a che cosa sia
dovuto questo successo; si tratta di un lavoro
non certo più leggero di altri suoi, non certo
meno impegnativo per l’ascoltatore, che deve
seguire amplissime sezioni in cui il compositore
trasforma minuziosamente i pochi elementi
esposti inizialmente.
Il primo movimento e il terzo sono da questo
punto di vista i momenti più emblematici. Dalle
prime recensioni si apprende che il pubblico
venne immediatamente trascinato dal finale,
Rondò alla zingarese, dove tuttavia Brahms si
serve di un elemento solo apparentemente
pittoresco; l’ascolto non faticherà a rilevare
anche qui un intreccio di derivazioni e
variazioni motiviche. Lo schema del rondò, già
oggetto di riflessione per Schumann, non è
tanto narrativo o lirico quanto piuttosto teatrale,
nel continuo alternarsi di episodi in contrasto; e
davvero drammatica, di grande evidenza, è
infatti l’ultima ripresa del tema ungherese, che
tuttavia proprio nella conclusione sembra
perdere ogni aspetto descrittivo e suona
piuttosto come la logica conseguenza
dell’organismo strutturale. E credo che sia
proprio questa doppia dimensione, strutturale
ed estemporanea al tempo stesso, che
garantisce da più di un secolo l’immancabile
efficacia di quest’opera.
Cassation, di Gérard Pesson (pubblicato nel
2003), è un brano di ardua decifrazione alla
lettura, poiché l’autore non utilizza se non molto
marginalmente le scritture tradizionali. Ogni
strumento viene indagato nelle sue possibilità
sonore più inusitate. Ciò dimostra lo sforzo di
sintetizzare tutte le tecniche strumentali che
negli ultimi decenni sono state sperimentate.
Né si pensi che questa sia solo la veste
esteriore per un “concetto”, un “contenuto” ideale; il suono non è qui semplice veicolo di senso, ma senso esso stesso, nelle sue qualità percettive e nel suo potenziale strutturante. In questo senso Pesson porta a logica
conseguenza alcune esperienze della generazione di compositori francesi a lui
precedente, soprattutto i compositori che
hanno utilizzato la tecnica spettrale per
focalizzare il loro prevalente interesse sul
suono in quanto tale, in quanto puro oggetto di
creazione per sé.
Ciò non significa che l’ampia composizione non
presenti una segmentazione logica, dove forse
per un pregiudizio categoriale, forse per una
intenzione olistica, forse solo per suggestione,
l’ascoltatore che proviene dallo strutturalismo
tende a trovare un ordine organico e
teleologico. Insomma, davanti a noi Pesson
distende una serie di sezioni apparentemente
giustapposte con scarsa consequenzialità, che
tuttavia non è difficile ordinare in vista
dell’approdo conclusivo. Ogni sezione vede
predominare un tipo di scrittura, con
quell’indagine sulle emissioni sonore che forza
gli strumenti tradizionali ad uscire dalle loro
fisionomie consuete e a cercare inedite forme
di relazione reciproca. Per questo Pesson è
costretto a premettere dieci pagine di
spiegazioni verbali agli esecutori, cosa
d’altronde non infrequente nella musica degli
ultimi decenni.
La sezione iniziale evita quasi costantemente
emissioni a intonazione precisa; segue la
sezione indicata “Quasi valzer” dove ancora
manca una fisionomia lineare o polare
riconoscibile, se non fosse per il ritmo e per la
conclusione al do diesis del pianoforte. Segue
una lunga sezione “Alla marcia”, che disegna
un lento arco di distensione fino alla fascia
accordale degli archi (“Mit inniger
empfindung”). Al rapido disgregarsi di questo
elemento segue la sezione più concitata
(“Subito più mosso”), in cui il ruolo
protagonistico viene assunto dal clarinetto e del
pianoforte. La sezione che segue (“Quasi
saltando”) rappresenta quel punto di arrivo
prima accennato: da un episodio di emissioni
rapidamente ripetute emergono lentamente
alcuni suoni determinati (principalmente do e
la). Finalmente violino e violoncello si dividono
un minimo disegno (“Schmachend”), ancora
generato dall’altezza polare del la, stessa
altezza su cui infine il brano si conclude.
Attraverso una continua metamorfosi del suono,
in questo modo, Pesson costruisce una linea
narrativa continua, dove non è difficile, almeno
sulla carta, seguire il principio costruttivo.
Tuttavia, poiché non esistono per ora
registrazioni di Cassation, e dato che proprio il
vivo suono costituisce in questo caso più che in
altri il vero “testo”, tutto deve essere verificato alla prova dell’esecuzione. In questo senso l’esecuzione di musica inedita rappresenta
sempre un evento particolare, qualunque sia
poi la ricezione da parte di ognuno di noi,
qualunque sia la personale recettività o
refrattarietà a musiche ricche come questa.
Nell’arte contemporanea, e forse in quella di
tutti i tempi, è solitamente inutile e superficiale
parlare di eclettismo. Pesson non è affatto un
eclettico, anzi una linea piuttosto precisa lo
collega alla generazione francese precedente,
quella dei Grisey, Murail, Dufourt; tuttavia
l’apertura di interessi e la molteplicità di
possibili letture vengono denunciate sia da una
descrizione modesta ed esteriore come la
precedente, sia semplicemente dall’impiego
che l’autore fa di didascalie in varie lingue, che
istintivamente rimandano (il lettore, ma anche
l’esecutore) a universi culturali disparati.
Chiude il programma la prima Kammersymphonie, composizione fra le più celebri di Arnold Schönberg, della quale qui ascoltiamo la riduzione di Anton Webern per
quintetto dall’originale per 15 strumenti (Alban
Berg ne diede una ulteriore riduzione per
pianoforte a quattro mani). Essa si colloca nel
momento di passaggio dalle composizioni
giovanili tardo-wagneriane, come Verklärte
Nacht, e il periodo espressionista. Perciò
questa op. 9 conserva un pensiero di
deduzione motivica, di intreccio fra elementi
strutturali, ancora brahmsiano e legato al
costruttivismo di fine Ottocento. Ma al tempo
stesso i grandi cardini tonali che reggevano le
composizioni precedenti vengono quasi del
tutto cancellati; il linguaggio è pronto per le
acquisizioni dei Klavierstücke op. 11 e del
Pierrot Lunaire.
Antonio Rostagno
mdi ensemble
L’ensemble Musica Di Insieme (mdi) è stato
fondato nel 2002 da sei giovani musicisti
milanesi che intendevano diffondere e
valorizzare la musica contemporanea. Punto di
riferimento per l’attività è stata fin dall’inizio l’Associazione Musica d’Insieme di Milano, che
ne ha avviato la promozione e ne ha seguito gli
sviluppi. Le proposte di repertorio prevedono
delle incursioni nel Novecento storico e nella
produzione più affermata degli ultimi
cinquant’anni, ma mostrano un interesse
spiccato soprattutto per le opere di compositori
emergenti nel panorama internazionale contemporaneo.
Il gruppo si è distinto per le
brillanti esecuzioni nei principali centri italiani e
in rassegne prestigiose come il Mittelfest 2002
e i Festival di Milano Musica - Teatro alla Scala
negli anni 2002, 2003, 2004. Nel 2006 è
avvenuto il debutto negli Stati Uniti con un
concerto al Los Angeles County Museum of
Arts, mentre nel 2007 l’Ensemble è stato invitato in Germania (Colonia, Düsseldorf), Giappone,
Perù e Messico.
I compositori con cui l’mdi collabora sono Liza Lim, Gabriele Manca, Misato Mochizuki, Gérard
Pesson, Stefano Gervasoni, Dai Fujikura, Stefano
Scodanibbio, George Lopez e Giovanni
Verrando, che hanno tenuto seminari e workshop
in occasione di concerti dell’ensemble durante i
quali si sono spesso ascoltate delle prime
esecuzioni assolute dei loro lavori. Il compositore
Robert HP Platz ha anche collaborato con loro
come direttore in Italia e all’estero.
Dalla fondazione mdi ensemble ha come
direttore principale Yoichi Sugiyama, che ha
studiato composizione con Franco Donatoni,
Sandro Gorli e Akira Miyoshi e direzione
d’orchestra con Emilio Pomarico e Morihiro
Okabe, e come compositore e direttore è attivo
in Europa e in Giappone.
L’ensemble collabora regolarmente con la
Japan Foundation di Roma per la realizzazione
di concerti e progetti culturali, e alcune performance sono state riprese e trasmesse da
Rai RadioTre.
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