 |
|
> 4 marzo 2008 ore 20:30 Sala Cinquecento
Quintetto Queneau
Alessandra Masiello clarinetto
Diego Castelli violino
Lorenzo Derinni violino
Avishai Chameides viola
Stefano Cucuzzella violoncello
Brahms Quintetto in si minore op. 115
Allegretto
Adagio – Più lento
Andantino – Presto non assai, ma con sentimento
Con moto
Mozart
Quintetto in la maggiore K 581
Allegro
Larghetto
Minuetto – Trio I – Trio II
Allegretto con variazioni
 |
Nel marzo del 1891 Johannes Brahms conosce
Richard Mühlfeld, clarinettista dell’orchestra di
Meiningen, e ne scrive entusiasta a Clara Wieck-Schumann. Quest’evento lo induce a comporre il
Trio con clarinetto op. 114, il Quintetto op. 115 e le
due Sonate per pianoforte e clarinetto op. 120. La
critica spesso rileva il carattere crepuscolare,
autunnale e nostalgico di queste tarde opere, e
specialmente del Quintetto; eppure, data la
continua ricerca di nuove strutture, che Brahms
manifesta in ognuno dei quattro movimenti,
sarebbe riduttivo limitare quest’opera a quella sola
espressione. Probabilmente letture di quel tenore
alludono all’aspetto esteriore del brano, alieno da
smaglianti esibizionismi, cosa d’altronde assai
comune alla tarda produzione brahmsiana. Al
contrario, l’interesse risiede nell’incessante lavorio
delle relazioni interne; ad esempio, è facile
percepire come i quattro movimenti siano
attraversati da un unico motivo continuamente
trasformato, esposto la prima volta dai violini alla
terza battuta dell’Allegretto iniziale. Dato questo
ricco contenuto strutturale, il virtuosismo esecutivo
costituirebbe una distrazione, risulterebbe contrario
all’intenzione della composizione. Perciò il clarinetto
non ha lo spicco solistico frequente ad esempio in
Weber; Brahms ne usa il timbro per ottenere un
tono generale più grave e intimo. Quest’uso
strutturale e timbrico del clarinetto, insieme alla sua
funzione tematica, emerge nel primo Allegretto. Le
due principali sostanze motiviche sono esposte
nelle prime battute dagli archi, non dal solista.
Quest’ultimo si appropria subito della conduzione
del discorso, ma senza aprire squarci lirici o
virtuosistici e mantenendo invece un’estrema
aderenza al processo strutturale.
Nel secondo movimento, Adagio, il clarinetto
assume maggiormente il ruolo di solista: nelle due
sezioni estreme cantando l’ampia melodia in
dialogo con il primo violino, nella sezione centrale
animando il discorso con disegni quasi in stile d’improvvisazione. In questa sezione intermedia è
stata ravvisata anche un’allusione alla musica zingaresca, non tanto nel materiale tematico o armonico, quanto nell’uso idiomatico del clarinetto; lo stesso uso si ritrova nel seguente Andantino, con i rapidissimi disegni coloristici del solista.
Questo terzo movimento rappresenta un
particolare esperimento formale: dopo poche
battute di Andantino cadenzanti al re maggiore
con corona, attacca un Presto non assai in si
minore in compiuta forma sonata.
Nel finale Con moto Brahms utilizza, con allusione
mozartiana, la forma di tema, cinque variazioni e
coda già praticata nei tempi lenti dei Sestetti, nel
Trio op. 87 e nel finale della Sonata op. 120 n. 2.
Le variazioni, con la sosta della quarta, disegnano
una intensificazione progressiva della scrittura, che
ha la sua meta nella sezione conclusiva; qui
avviene un importante evento, ossia la ricomparsa
del motivo in semicrome, che aveva aperto il
Quintetto. Ma Brahms non lo getta a sorpresa,
bensì lo fa scaturire come logica conseguenza
dell’evoluzione delle precedenti variazioni.
Nonostante la diffidenza di Wolfgang Amadeus
Mozart verso alcuni strumenti a fiato, non pochi
fra i suoi capolavori sono a essi destinati: le
Serenate K 361 e K 388, i Quintetti K 452 e K 581,
il Concerto per clarinetto K 622. Difficile dirne i
motivi, si può solo avanzare qualche ipotesi: la
grande chiarezza timbrica dei fiati permette una più
perspicua conduzione polifonica, che nella tarda
produzione mozartiana ha spicco crescente; d’altro
canto il clarinetto, grazie a grandi esecutori come
Anton Stadler, trova larga risonanza nel mondo
musicale di fine Settecento anche come fenomeno
di moda, inducendo modificazioni e miglioramenti
nella costruzione dello strumento. Mozart con le
sue tarde opere interpreta questa situazione.
Sarebbe semplicistico ridurre un lavoro supremo
come il Quintetto ai soli motivi contingenti; eppure
l’intenzione di sviluppare ed esibire le qualità dello
strumento solista costituisce un elemento
determinante dell’opera. Ne è testimone
l’esposizione tematica iniziale del primo Allegro,
dove la frase accordale degli archi (quasi una cifra
del tardo Mozart dal finale delle Nozze in poi)
sembra preparare il terreno per un’entrata teatrale
del clarinetto in arpeggi. Ma, sviluppandosi il
discorso, ci rendiamo conto che il solista non ha
affatto una pura funzione esornativa, timbrica, o
digressiva, ma che al contrario diviene protagonista
della conduzione tematica alla pari con il quartetto.
La vasta gamma dinamica e la varietà timbrica che
rendono unico questo strumento, sono alla base
del Larghetto, il momento di maggiore intensità del
Quintetto. Dopodiché i due tempi conclusivi
suonano un poco come “decompressione” e
alleggerimento emotivo, dividendo l’intero Quintetto
in due metà esattamente speculari. Il finale è in
forma di tema con cinque variazioni e coda; la
quinta variazione, in tempo Adagio, è conclusa da
una frase cadenzante nuova che porta alla ripresa
ampliata del tema iniziale. Basta a questo punto
ripercorrere nella propria memoria la siderale distanza che Mozart ci ha fatto percorrere dal
sublime tema iniziale del primo movimento a
questo rasserenamento conclusivo, per
comprendere la conclamata “universalità” di
Mozart, capace di andare incontro ad aspettative
antitetiche, da chi cerca nella sua musica la più
abissale profondità a chi ne predilige invece la
cristallina trasparenza. E tutto in poche note e nella
massima semplicità.
Antonio Rostagno
Quintetto Queneau Con l’omaggio allo scrittore francese, autentico
“personaggio” del Novecento letterario
postsurrealista, i membri del Quintetto Queneau
vogliono assimilarne e proporne la lezione di
intelligenza, equilibrio e divertente
sperimentazione sulla forma.
Provenienti da esperienze diverse, i giovani
musicisti si sono conosciuti nel 2004 nella classe
di musica da camera di Marco Pace, docente al
Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, dove
hanno potuto affrontare lo studio delle partiture dei
due sommi capolavori della letteratura per il
clarinetto: i quintetti di Brahms e Mozart.
Qualificatisi al concorso per l’attribuzione della
borsa di studio “Giuseppe Beltrami”, si sono
successivamente esibiti a Milano, nelle sedi di
Palazzo Venini, Palazzo Clerici, Palazzo della
Triennale, Casa della Cultura, Circolo della Stampa,
e hanno partecipato a masterclass di Karl Leister,
storico primo clarinetto dei Berliner Philharmoniker.
Nel novembre 2006 hanno rappresentato in
Francia i Conservatori italiani come unico
complesso cameristico al Festival internazionale
“Jeunesse Musical Mediterranée”, la
manifestazione che in Corsica coinvolge
quattordici Paesi del bacino del Mediterraneo,
raccogliendo unanime entusiasmo da parte di
pubblico e colleghi.
|
|