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> 3 dicembre 2008 ore 20:30 Auditorium Giovanni Agnelli
Royal Philharmonic Orchestra
Pinchas Zukerman direttore
Ludwig van Beethoven
Concerto in re maggior per violino e orchestra op. 61
Allegro ma non troppo
Larghetto
Rondò. Andante
Antonín Dvořák
Sinfonia n. 8 in sol maggiore op. 88
Allegro con brio
Adagio
Allegretto grazioso
Allegro, ma non troppo
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Ludwig van Beethoven (1770 - 1827) Concerto in re maggiore per violino e orchestra op. 61 Beethoven scrisse il suo unico Concerto per violino e orchestra verso la fine dell’anno 1806, dedicandolo nell’edizione a stampa all’amico di antica data Stephan von Breuning; ma prima di questa dedica, profondamente giustificata per la vena di intimi affetti che apparenta l’opera al nome di una famiglia legata a Beethoven fin dalla adolescenza, il Concerto deve la sua provocazione immediata alla presenza a Vienna del violinista Franz Joseph Clement, per qualche tempo direttore artistico del Theater an der Wien, dove la composizione viene eseguita la prima volta il 23 dicembre del 1806 con il Clement solista e direttore.
La nascita del Concerto op. 61 accanto ai testi più celebrati della carriera creativa beethoveniana, fra cui Quinta e Sesta Sinfonia, Quarto Concerto per pianoforte, Quartetti “Rasumovskij”, Sonata op. 57 “Appassionata”, ha convogliato per contrasto sul Concerto per violino una luce di amabilità e mitezza che nella tradizione critica si è talvolta compiaciuto di un benevolo giudizio di disimpegno formale, di rifiuto del perentorio atto creativo. Per primo il Clement non s’infiammò troppo dell’opera e si dovette attendere il 1844 perché il Concerto venisse riportato all’attenzione del vasto pubblico in una esecuzione londinese di József Joachim sotto la direzione di Mendelssohn; esecuzione poi ripresa un decennio dopo con trionfale successo a Düsseldorf in collaborazione con Robert Schumann: Mendelssohn, Schumann e Joachim (e quindi Brahms indirettamente) segnano l’orizzonte in cui la scoperta di nuove zone della sensibilità germogliate nell’animo di Beethoven avevano trovato il loro terreno di cultura più fertile, come dimostrano il Concerto in mi minore di Mendelssohn e quello in re maggiore di Brahms.
Sulla scia del Quarto Concerto per pianoforte, il Concerto per violino persegue infatti un ideale d’intimismo espressivo che la natura eminentemente cantabile del violino accentua in autentici rapimenti lirici, già presenti nel primo Allegro, aperto da un segnale del timpano che apre la strada all’emancipazione tematica di questo strumento. Il movimento lento
intermedio, nella sua misteriosa semplicità, a metà fra romanza e tema con variazioni, esalta ancora la potenza del canto in una sintesi di sensibilità romantica e di statica contemplativa quasi unica in Beethoven; da cui si riscuote il Finale, un Rondò dalla vivacità rusticana, con toni di ballata che chiudono l’opera nella gioia ritmica più estroversa.
Antonín Dvořák (1841 - 1904) Sinfonia n. 8 in sol maggiore op. 88
Fu completata l’8 novembre 1889 a Praga ed eseguita la prima volta, sotto la direzione dell’autore, presso l’Associazione Artistica della stessa città il 2 febbraio del 1890; ebbe subito buone accoglienze e larga circolazione nelle capitali musicali europee, in particolare a Londra, città che predilesse l’Ottava fra tutte le Sinfonie di Dvořák quasi al di sopra della più celebre Nona “Dal nuovo mondo”. Nel 1889 Dvořák aveva quasi cinquant’anni e voleva farsi sentire in prima persona, senza quell’ossequio alla tradizione tedesca e a Brahms in particolare che pure era stato determinante per il suo orientamento; volle dunque, secondo la sua stessa dichiarazione, «scrivere un’opera diversa da tutte le altre sinfonie, con idee personali e lavorate in modo nuovo». Ma Dvořák, uomo tranquillo del secondo Ottocento, non era fatto per innovare e sovvertire; sicché pur volendo estendere e stranire il linguaggio sinfonico tradizionale lo ha invece familiarizzato, reso intimo e domestico; parlando di se stesso, il suo tono di voce e le sue idee suonano senza dubbio personali e anche “lavorate in modo nuovo”, ma senza impennate o strappi violenti alle buone abitudini della tradizione sinfonica.
Certo, a Vienna qualche professore di composizione avrà notato la stranezza di una Sinfonia in sol maggiore che si apre (Allegro con brio) con una frase in sol minore dei violoncelli e dei corni; ma quella frase, così elegiaca e in tono di leggenda, è come un autoritratto di Dvořák di fronte alla sua opera appena finita, anzi è Dvořák stesso che incomincia a raccontare la Sinfonia dall’antefatto, che è poi la sua natura slava, la sua memoria, cioè quanto di più privato e profondo aveva in sé. Dopo questa premessa, conclusa da un invitante disegno del flauto solo, tutta l’orchestra è chiamata a raccolta con rustica allegrezza e il movimento si incanala nella solita forma, senza rinunciare a soffermarsi sulle amabili vedute colte strada facendo.
L’Adagio, in do minore, è una sorta di romanza che tanto più convince quanto più si raccoglie in espressioni sommesse, in frasi tenere e accompagnamenti in punta di piedi: musica da sentire “presso il camino”, come diceva Schumann, dove anche gli strumenti soli, come il violino, hanno tanti piccoli fatterelli da raccontare. L’Allegretto grazioso è un valzer in sol minore che cerca di vincere la timidezza con qualche fanfara di trombe, subito persuase a ritirarsi in echi lontani; al centro, in maggiore, si apre un trio d’incantevole freschezza melodica: dopo la ripresa consueta del valzer, il tema del trio fornisce la conclusione, ma travestita in tempo di due quarti (Molto vivace); idea nuova? originalità? Certo, ma del tutto stemperata in una luce diffusa che avvolge e confonde ogni profilo particolare. Un po’ come le due trombe che aprono il Finale (Allegro, ma non troppo) promettendo grandi cose; infatti il tema principale (Un poco meno mosso), esposto dai violoncelli, è talmente affine all’idea che ha aperto tutta la Sinfonia che sembra di ritornare nel recinto di casa: tema serioso, forse un tantino troppo solenne per il clima generale dell’opera; per altro, salutari scrolloni, scappellate paesane di tutta l’orchestra (con inopinati trilli dei corni, gli strumenti meno portati a trillare), riportano il discorso su quel tono familiare, quotidiano, che è il più prezioso dono poetico della leggiadra composizione.
Giorgio Pestelli
Royal Philharmonic Orchestra Patron: His Royal Highness The Duke of York Fondata da sir Thomas Beecham nel 1946, la Royal Philharmonic Orchestra ha conquistato una reputazione di livello mondiale per le proprie interpretazioni «da sogno: legni espressivi e archi con preziose tonalità aristocratiche» («The Times»). L’indirizzo musicale e il progresso della compagine sono stati guidati da una serie di illustri direttori, tra cui Rudolf Kempe, Antal Dorati, André Previn e Vladimir Ashkenazy. Oggi, sotto la guida ispirata di Daniele Gatti, direttore musicale dal 1996, l’Orchestra continua a consolidare la propria importanza internazionale, pur rimanendo profondamente impegnata nel suo ruolo di orchestra nazionale britannica.
La RPO ha sede a Londra, da dove i suoi programmi ad alto profilo danno vita a una fitta serie di concerti regionali. Durante i mesi estivi si esibisce inoltre davanti a decine di migliaia di persone in occasione di concerti all’aperto in tutto il territorio nazionale. L’attività internazionale ha portato l’Orchestra a tenere tournée in oltre trenta paesi negli ultimi cinque anni, con esibizioni in Vaticano alla presenza di papa Giovanni Paolo II, in Piazza Tienanmen davanti al presidente cinese o in occasione dei festeggiamenti per il decimo anniversario dell’indipendenza del Kazakistan.
La RPO amplia le proprie iniziative artistiche con il vivace e innovativo programma “Community and Education”, che porta la potenza e la forza motivante della musica in diversi ambienti grazie a progetti per i giovani senzatetto, per le associazioni giovanili, per i soggetti in libertà vigilata, per le scuole e le famiglie. La RPO ha al suo attivo una ricca discografia per le più importanti case di produzione oltre ad avere un’etichetta propria. La serie “Here Come The Classics”™ riunisce diciannove dischi, che rispecchiano la versatilità del repertorio dell’Orchestra, che va dai brani più famosi per orchestra e coro alle classiche colonne sonore da film e ai musical.
Pinchas Zukerman Il genio musicale e la tecnica prodigiosa meravigliano la critica e ne fanno uno degli artisti più acclamati dal pubblico nel panorama musicale mondiale come violinista, violista e direttore, insegnante e musicista da camera. Dal 1998 è direttore musicale della canadese National Arts Centre Orchestra, attivissimo nel promuoverla con iniziative, come il NAC Young Artists Programme e il Conductor’s Programme, pensato per la formazione dei giovani direttori, o con tournée che hanno toccato Europa e Medio Oriente, Stati Uniti e Messico. Zukerman presiede il Performance Program della Manhattan School of Music e dirige le orchestre sinfoniche di Pittsburgh, di Atlanta e del Colorado; ha collaborato inoltre con New York Philharmonic, Chicago, Cincinnati e Baltimore Symphony Orchestra, ed è stato direttore musicale della Saint Paul Chamber Orchestra e del South Bank Festival di Londra.
Si esibisce spesso anche in formazioni da camera, collaborando con artisti come Daniel Barenboim, Vladmir Ashkenazy, Itzhak Perlman e Yefim Bronfman, e formazioni come Orion e Tokyo String Quartets; con il Kalichstein-Laredo-Robinson Trio nel 2007 si è esibito alla Carnegie Hall, mentre con gli Zukerman Chamber Players ha suonato ai BBC Proms e al Concertgebouw. Nato a Tel Aviv nel 1948, ha studiato musica con il padre, flauto dolce e clarinetto e in seguito violino. Giunto negli Stati Uniti nel 1962 con l’aiuto di Isaac Stern, Pablo Casals e delle fondazioni Helena Rubenstein e America-Israele, da cui ha ricevuto il King Solomon Award, ha studiato presso la Juilliard School. Nel 1983 il presidente Reagan gli ha conferito la Medal of Arts, nel 2002 ha ricevuto il primo Isaac Stern Award for Artistic Excellence. È sposato alla violoncellista Amanda Forsyth e ha due figlie, Arianna e Natalia. |
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