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> 5 febbraio 2009 ore 20:30 Auditorium Giovanni Agnelli
Gewandhausorchester Leipzig
Riccardo Chailly direttore
Ludwig van Beethoven
Sinfonia n. 2 in re maggiore op. 36
Adagio molto – Allegro con brio
Larghetto
Scherzo (Allegro)
Allegro molto
Anton Bruckner
Sinfonia n. 3 in re minore (Wagner-Symphonie)
Mehr langsam, Misterioso
Adagio, bewegt, quasi Andante
Ziemlich schnell
Allegro
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Ludwig van Beethoven (1770 - 1827) Sinfonia n. 2 in re maggiore op. 36 I primi abbozzi della Seconda Sinfonia di Beethoven, sulla base dei taccuini di lavoro, risalgono all’anno 1800 e si intensificano nel periodo che va dall’ottobre 1801 al maggio 1802; l’opera viene completata nell’estate durante la villeggiatura trascorsa a Heiligenstadt (a quei tempi piccolo centro a nord di Vienna) e presentata al pubblico della capitale il 5 aprile 1803 sotto la direzione dell’autore; il concerto, al Theater an der Wien, era tutto di musiche di Beethoven: l’oratorio Cristo al Monte degli Ulivi,la Prima Sinfonia, la Seconda appunto, e il Terzo Concerto per pianoforte e orchestra. Mentre nasce quest’opera pervasa di energia e serenità, la vita di Beethoven attraversa uno dei suoi momenti più scoraggianti: è di quel tempo infatti il manifestarsi della sordità dell’artista in forma acuta e la conseguente decisione di abbandonare la carriera concertistica; nonché la delusione sentimentale di essere stato rifiutato dalla contessina Giulietta Guicciardi. «Posso dire che faccio una ben misera vita», scrive Beethoven all’amico Wegeler di Bonn; «da quasi due anni evito compagnia perché non mi è possibile dire alla gente: sono sordo!»; ma tutto ciò, lungi dal penetrare allo stato grezzo nella composizione, si traduce in uno stimolo a saltare oltre l’ostacolo e a consegnarsi anima e corpo alla sua vocazione creativa.
Infatti, nella Seconda Sinfonia i contemporanei avvertirono subito qualcosa di eccessivo e sorprendente rispetto alle loro abitudini di ascolto: l’opera «guadagnerebbe ove venissero accorciati alcuni passi e sacrificate molte modulazioni troppo strane», è il parere espresso dall’«Allgemeine Musikalische Zeitung» nel 1804; e lo stesso autorevole foglio, dopo una esecuzione del 1805, avverte ancora: «troviamo il tutto troppo lungo, certi passi troppo elaborati; l’impiego troppo insistito degli strumenti a fiato impedisce a molti bei passi di sortire effetto. Il Finale è troppo bizzarro, selvaggio e rumoroso. Ma ciò è compensato dalla potenza del genio che in quest’opera colossale si palesa nella ricchezza dei pensieri nuovi, nel trattamento del tutto originale e nella profondità della dottrina». La Sinfonia, dedicata al fraterno amico principe Carl von Lichnowsky, si apre con una introduzione lenta che dopo poche battute cerimoniose si avvia per campi armonici cangianti, come fosse decisa a misurare i confini di una regione sconosciuta: molto giustamente, Paul Bekker ci ha sentito dentro una sorta d’“improvvisazione per orchestra”; di qui prende il volo l’Allegro con brio, basato su una idea proposta sottovoce da viole e violoncelli, una idea che sfreccia inquieta, stretta parente al vitalismo dell’ouverture delle Nozze di Figaro mozartiane; ma una quantità di altre idee, e talvolta solo di brevi accenni, ma tutti di plastica evidenza, si stipano nella pagina in preda a un vero entusiasmo costruttivo.
Il Larghetto che segue è da considerare con la massima attenzione: esso rappresenta un sentimento di compresenza fra il compiaciuto possesso di tutte le grazie del Settecento e allo stesso tempo la consapevolezza di tenere in mano un bene perduto, un valore al tramonto; assumerlo come stabile vorrebbe dire diluirlo in manierismo stilistico (come avviene, ad esempio, nell’Andante della Sinfonia op. 30 di Tomášek che ne deriva); mentre in Beethoven proprio lo scrupolo di trattenere ancora un poco un tesoro perento dà intima consistenza alla sviscerata piacevolezza del più arguto Settecento, che tuttavia nelle sue venature quasi avverte un brivido di malinconia. Puro ritmo, al contrario, è l’essenza dello Scherzo, di geometrica economia di linee; mentre una vasta ricapitolazione di tutti gli atteggiamenti espressivi della Sinfonia è squadernata dal Finale, che parte da un tema che più di un tema pare un gesto fulmineo e scontroso; certo simili corse, leggere e crepitanti, specialmente Haydn aveva fatto conoscere; ma qui si sbrigliano con un gusto per i contrasti, per gli ostacoli da abbattere, che scuote da vicino il pacifico ascoltatore; siamo ancora nei limiti del finale giocoso, ma messo a soqquadro da una vena umoristica turbolenta che ha ormai scavalcato la “vivacità”.
Anton Bruckner (1824 - 1896) Sinfonia n. 3 in re minore (Wagner-Symphonie)
«Bruckner die Trompete (Bruckner la tromba)»: così, fra l’affettuoso e lo scherzoso, Wagner alludeva al compositore di questa Terza Sinfonia a lui dedicata e aperta da un tema della prima tromba che poi ritornerà, con portentosa evidenza, proprio alla fine dell’opera. In questo esordio c’è già molto dello spirito della composizione: Wagner, alle cui ragioni drammatiche Bruckner era in realtà del tutto estraneo, non poteva che essere visto attraverso un “sinfonismo” derivato dalla Nona Sinfonia di Beethoven, qui evocata nel suo celebre inizio: come in Beethoven, Bruckner incomincia in una nebbia sospesa, traversata dal tema in re minore della tromba e poi stracciata poco alla volta da un crescendo che chiama a raccolta tutti i reparti dell’orchestra per il fortissimo.
La Terza è la prima Sinfonia importante di Bruckner, inserita compiutamente in quel risveglio sinfonico che al centro degli anni 1870 caratterizza tutto il secondo Ottocento
europeo: Brahms, Čajkovskij, Borodin, Dvořák, per citare solo i nomi più noti, sono
gli altri maestri che riprendono, ciascuno nei suoi modi peculiari, un cammino che l’autorità della Nona di Beethoven aveva reso arduo e temibile: non tanto per le novità formali, quanto per la densità dei significati, per l’attesa di un “senso conclusivo” in essa contenuto. La prima edizione stampata, eseguita a Vienna il 16 dicembre 1877 sotto la direzione dell’autore, ricevette pessime accoglienze: il critico Hanslick, come sempre ostile a Bruckner, sulla «Neue Freie Presse» ne parlò come di un quadro visionario, nel quale «la Nona di Beethoven stringe alleanza con la Walküre, per finire poi calpestata dagli zoccoli dei suoi cavalli».
Nel primo movimento emergono quattro grandi idee: dopo l’idea introduttiva della tromba, appare un breve ma possente tema a tutta orchestra (una nota lunga seguita da tre note sfuggite), quindi un’affabile frase cantabile (archi) e un grandioso corale di ottoni. Ma poi quello che conta davvero è come questi gruppi tematici si suddividano attraverso pause, prefazioni, indugi, subitanei sollevamenti di masse e frasi secondarie del più intimo sentire (la partitura è costellata di: “con espressione”, “cantabile”, “gesangvoll”); nella coda, con il degradare cromatico dei bassi, la fine del primo movimento nella Nona di Beethoven viene evocata con la chiarezza della citazione.
Centro poetico di tutta la Sinfonia è l’Adagio quasi Andante, pagina di squisita sensibilità devota, che ci ricorda come Bruckner avesse mescolato alla sua opera anche l’idea di dare forma a una preghiera per la
“pace dell’anima” della madre mancata qualche anno prima; anche qui si procede, più che per temi, per episodi tematici tutti simili ma ciascuno lavorato a sé, come singole cappelle di una chiesa barocca che si oscura o s’infiamma di luce: in un anfratto è sopravvissuta un’allusione al Preludio del Tristano, mentre un nuovo episodio (Andante quasi Allegretto) vede le viole espandersi in una frase espressiva alla maniera di Berlioz (scena del balcone in Roméo et Juliette); un altro, designato Misterioso, nella serena semplicità del quartetto d’archi, sembra a un critico esperto come l’Abendroth la «reminiscenza di un antico canto di Natale»; ogni strofa ha il suo volto, zone di silenzio interiore, teneri e sconsolati soliloqui, fasci di luce trionfale, ma tutto si fonde in una unità piena di commozione.
Lo Scherzo è sempre un pezzo che a Bruckner riesce di getto, alla prima; anche qui è dominato da una bellicosa energia, accentuata dal contrasto con l’amabile tono popolare del Trio intermedio. Il Finale attacca subito una lotta che sembra già incominciata e colta proprio al suo punto più caldo; le sue figure tematiche riconducono al primo movimento, per la pausa di cantabilità degli archi e l’eroico tema di corale, qui con abile ingegnosità sovrapposto a un ritmo di polka; ma sopra tutto per il ritorno scintillante del
tema della tromba (ora tre trombe all’unisono e in re maggiore) da cui era partito tutto il cammino dell’opera.
Giorgio Pestelli
Gewandhausorchester Leipzig Tra le più antiche istituzioni del suo genere, l’orchestra prende le mosse da un’associazione denominata “Grande Concerto” fondata nell’anno 1743 da sedici commercianti di Lipsia. Con il suo trasferimento nell’edificio adibito alle fiere dei tessuti nell’anno 1781, il complesso musicale prese il nome di “Gewandhausorchester” (Orchestra dell’emporio delle stoffe). Nel 1884 si trasferì ancora in una nuova sede, la sala da concerto poi distrutta dai bombardamenti nel 1944. La moderna sede del Gewandhaus è stata inaugurata nel 1981 nella centrale Augustusplatz. Pochi altri complessi musicali possono vantare di aver suonato vivente Beethoven tutte le sue opere sinfoniche, come di aver interpretato prime esecuzioni di Bruckner o interi cicli sinfonici di Šostakovič negli anni
settanta del Novecento.
Multiforme per le sue stesse finalità istituzionali, l’Orchestra del Gewandhaus si presenta come formazione da concerto, come orchestra dell’Opera di Lipsia e nella versione da camera che esegue con il celebre Thomanerchor le cantate di Bach nella Chiesa di San Tommaso di Lipsia. Con oltre 200 esecuzioni musicali in queste tre vesti
e con le sue numerose tournée, l’Orchestra del Gewandhaus è il centro musicale della città di Lipsia e il suo più importante ambasciatore musicale. Tra i più noti direttori d’orchestra che hanno guidato il Gewandhaus ricordiamo Felix Mendelssohn Bartholdy, Arthur Nikisch, Wilhelm Furtwängler e Bruno Walter. Kurt Masur (fino al 1996) e Herbert Blomstedt (dal 1998 al 2005) ne sono stati i direttori onorari.
Riccardo Chailly guida l’Orchestra del Gewandhaus dal 2005. La registrazione del suo concerto inaugurale ha ottenuto l’Echo Klassik 2006 mentre i due concerti per pianoforte di Brahms incisi con Nelson Freire hanno vinto il “Diapason d’Or de l’année” e il Gramophone Award 2007. L’Echo Klassik 2007 è stato conferito per l’incisione delle Sinfonie di Schumann numero 2 e 4 (riviste da Gustav Mahler) e dei concerti per violino di Mendelssohn e Bruch con Janine Jansen.
Riccardo Chailly All’inizio della stagione 2005/2006 Riccardo Chailly ha assunto la direzione del Gewandhaus di Lipsia, con cui aveva avuto il suo primo contatto artistico nel 1986, in occasione del Festival di Salisburgo. Nato a Milano, ha guidato le più celebri formazioni nelle più prestigiose sale del mondo. Collabora strettamente con i festival di Salisburgo, di Lucerna e di Edimburgo, oltre che con i PROMS di Londra. Dal 1983 al 1986 è stato primo direttore ospite della London Philharmonic Orchestra e dal 1982 all’89 direttore principale della Radio-Symphonie-Orchester di Berlino. Dal 1986 al 1993 è stato direttore principale del Teatro Comunale di Bologna come dal 1988 fino al 2004 ha ricoperto analogo incarico presso la Royal Concertgebouw Orchestra. Dal 1999 al 2005 ha guidato anche l’Orchestra Sinfonica Giuseppe Verdi di Milano. Per le sue registrazioni, che contano oltre centocinquanta cd che comprendono dieci opere, gli sono stati conferiti diversi premi come l’Edison, il Gramophone Award, il Diapason d’Or, l’Academy Charles Cross Award, l’Unga Konotomo (Giappone), il Toblacher Komponierhäuschen-Preis, numerose nomine per il Grammy e il premio 2005 della Deutsche Schallplattenkritik.
Le riviste «Diapason» e «Gramophone» hanno scelto Riccardo Chailly come “Artista dell’Anno” 1998. Le ultime registrazioni
insieme all’Orchestra del Gewandhaus sono state premiate con il Premio Echo Klassik nel 2006 e nel 2007 ed anche con il Classic FM Gramophone Award nelle categorie “Concerto” e “Registrazione dell’anno”. Riccardo Chailly è stato nominato nel 1994 “Grande Ufficiale” e nel 1998 “Cavaliere di Gran Croce, Ordine al Merito della Repubblica Italiana”. Nel 1996 è divenuto membro d’onore della Royal Academy of Music di Londra. |
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