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stagione 2008/09 > 24 febbraio 2009
  > 24 febbraio 2009 ore 20:30 Sala Cinquecento
  Clara Dutto pianoforte
  Marco Chiaramello flauto
  Sara Sartore oboe e corno inglese

  François Borne
  Fantasia brillante sulla Carmen

  Jan Křitel Václav Kalliwoda
  Morceau de salon op. 228

  Gioachino Rossini
  Allegretto in sol minore
  Andantino mosso in re bemolle maggiore


  Franz Liszt
  Au lac de Wallenstadt
  Au bord d’une source


  Giulio Briccialdi
  Fantasia sul Guglielmo Tell


I brani di Giulio Briccialdi (1818-1881) e di François Borne (1862-1929) si collocano in una sfera lievemente diversa dagli altri in programma, poiché si basano essenzialmente sul virtuosismo estemporaneo, sulla brillantezza sensoriale che trascina immediatamente, ma altrettanto presto si consuma. A partire dal Romanticismo creazione ed esecuzione hanno sempre più rigorosamente separato i rispettivi campi di competenza; questo tipo di musica, nata invece dal diretto contatto fra manualità, concretezza artigianale del suono e ideazione compositiva, è fatalmente quanto ingiustamente finita ai margini del repertorio canonico.

Briccialdi è uno dei pochi, fra i non pochi flautisti italiani ottocenteschi di celebrità europea, che sia rimasto nel repertorio. Oggi si sta ricostruendo la storia del flauto in Italia, ed emerge l’immagine di una vera e propria “scuola” nazionale distinta da quella francese, tradizionalmente considerata dominante. Certo, non si ravvisano particolarità stilistiche, non quello che si definisce “poetica d’autore”; Briccialdi e Borne sono grandi strumentisti che applicano la loro eccellenza all’esibizione, ma senza pretese ideali; permane in essi quella concezione di musica come “fare”, non come “creare”, che pur costituisce uno dei filoni portanti della storia musicale, sebbene oggi appaia marginalizzato.

La storia dei Quelques riens pour album di Gioachino Rossini è solo in parte ricostruibile; l’album rientra nel più generico gruppo dei Péchés de vieillesse, ossia quell’ampia mole di lavori non operistici fra cui spicca la Petite messe solennelle nati nell’ultimo decennio della vita di Rossini (dal 1857 al 1868), al termine della grave malattia nervosa. I Péchés non sono brani destinati all’esecuzione pubblica; la stessa Petite messe fu eseguita privatamente; ciò che viene richiesto agli esecutori non è tuttavia trascurabile, sebbene nel caso dei Riens sia evidente la modesta levatura tecnica, su cui Rossini era il primo a ironizzare.

Ciò che colpisce è invece la continua ricerca di sorprese, nell’armonia, nell’impostazione metrica (soprattutto evidente nell’Andantino mosso in re bemolle), nelle deviazioni inattese disseminate fra le ripetizioni fraseologiche. Principale motivo di interesse è tuttavia la poetica che informa questi brani: Rossini qui anticipa da un lato lo stile d’intelligente conversazione fra sapienti, che ritroviamo ad esempio nella produzione pianistica di Bizet, dall’altro anticipa l’intenzione antiespressiva della musica francese di fine secolo, che in Erik Satie troverà massima testimonianza. E di Satie Rossini sembra presagire a tratti anche l’idea di “musique d’ameublement”: quanto di più lontano dall’estetica descrittivo-programmatica di Liszt.

Jan Křitel Václav Kalliwoda visse e operò fra la nativa Praga e l’ambiente prussiano, apprima in contatto con Weber, di cui assimilò diversi tratti stilistici, poi per quarant’anni a servizio del principe Karl Egon II von Fürstenberg. Ciò non ostacolò una vivace carriera di violinista solista, che lo portò in contatto con Liszt e Schumann, che gli dedicò diversi articoli sulla «Neue Zeitschrift». Kalliwoda in diverse occasioni indulge nel tono semplice e colloquiale, nell’eleganza un poco superficiale. Le non numerose composizioni per strumenti a fiato, probabilmente destinate agli strumentisti dell’orchestra del principe Karl Egon, mostrano grande padronanza del linguaggio, ma manca l’acceso spirito di ricerca dei grandi contemporanei, come lo spiccato virtuosismo dei suoi stessi brani violinistici da concerto. Nelle grandi composizioni (soprattutto le sinfonie elogiate da Schumann) Kalliwoda mostra invece i suoi aspetti più aggiornati e vicini ai grandi modelli coevi, sebbene anche questo campo confermi il suo sostanziale conservatorismo, che non ostacola tuttavia la chiarezza e precisione stilistica.

Nel 1842 Franz Liszt scriveva nella Premessa all’Album d’un voyageur: «Avendo recentemente viaggiato in molti nuovi paesi, attraverso diversi paesaggi e luoghi consacrati dalla storia e dalla poesia, sentendo che i fenomeni della natura […] hanno prodotto profonde emozioni nella mia anima, e che fra noi si è stabilita una vaga ma immediata relazione, […] un’inesplicabile ma irrefutabile comunicazione – ho tentato di presentare nella musica alcune delle mie più forti sensazioni e le mie più vivaci impressioni». Tali impressioni risalivano al soggiorno in Svizzera che il musicista fece nel 1835-36. I 19 brani furono radicalmente riveduti fra il 1848 e il 1854 e pubblicati nel 1855 come Années de Pélerinage, Première Année, Suisse. I due qui eseguiti sono però integrali riscritture, che sostituiscono brani di titolo analogo del ’42.

Queste di Liszt possono sembrare vaghe parole, ma esse indicano la convinzione che la musica potesse ambire alla interpretazione della realtà, filtrata dalle “emozioni dell’anima”, proprio grazie a un immenso arricchimento di varietà armoniche, ritmiche, timbriche, formali, che ne fanno una autonoma “lingua” adatta a contenuti altrimenti non esprimibili. Tale elevazione della volontà linguistica trova espressione anche nelle epigrafi che Liszt premette ai suoi brani pianistici, tratte dal Childe Harold di Byron per Au lac de Wallenstadt (sulla stillness della natura, che placa ogni turbamento dell’anima) e da Schiller per Au bord d’une source (sulla primavera che rinasce). Il riferimento acquatico dei due brani presenta due aspetti antropomorfi dell’elemento naturale fra loro opposti e complementari.

I due brani utilizzano una scrittura basata sulla reiterazione di brevi incisi, in una forma generale a sezioni ripetute senza grandi contrasti; emerge la netta divisione fra uno sfondo sonoro creato con risonanze pianistiche e dissonanze sfumate e una melodia appena rilevata, che solo a momenti emerge con maggior decisione. Ciò che più interessa è il costante trascolorare di tinte e sfumature nel timbro pianistico, strumento espressivo di quella “impressione” invocata dall’autore. È un’idea del suono inedita, opposta tanto alla melodia chopiniana o vocale, quanto alla chiarezza formale del classicismo. L’obiettivo di Liszt, qui, non è la struttura razionale, ma la traduzione di “sensazioni e impressioni” mediante una sperimentazione sul e del suono.

Antonio Rostagno


Nata a Cuneo nel 1974, Clara Dutto si è diplomata in pianoforte presso il Conservatorio della sua città nel 1997, perfezionandosi poi con Bruno Canino, Franco Scala, Giovanni Valentini, Andrea Lucchesini e Pier Narciso Masi.
Già allieva della scuola per maestri collaboratori della Scala di Milano, ha lavorato in produzioni operistiche agli Arcimboldi di Milano, al Donizetti di Bergamo e al Comunale di Vercelli. Svolge un’attività cameristica che l’ha portata a collaborare con l’Accademia Walter Stauffer di Cremona, la Scuola di Alto perfezionamento di Saluzzo, il Conservatorio di Pesaro e a tenere concerti con il clarinettista Richard Stoltzman e il violista Bruno Giuranna, di cui è assistente ai Corsi di perfezionamento di Sermoneta. Ha tenuto recital in diverse parti d’Italia e ha partecipato all’esecuzione dell’integrale pianistica di Chopin all’Auditorium dell’Orchestra Sinfonica Giuseppe Verdi di Milano.

Marco Chiaramello è nato a Savigliano nel 1988, si è diplomato nel 2004 presso il Conservatorio di Novara e si è perfezionato presso l’Accademia italiana del Flauto di Roma con Raymond Guiot (1° premio), presso l’Academie d’eté de Nice con Lefevbre e Bernold, oltre che con Montafia, Klemm e Ancillotti in altre sedi.
Premiato al Syrinx di Roma, oltre che a San Bartolomeo, Ovada, Chieri e Biella, nel 2004 ha vinto il 1° premio alla IX rassegna dei migliori diplomati d’Italia di Castrocaro Terme e in seguito a ciò ha realizzato un cd per «Suonare News».
Collabora con l’Orchestra Sinfonica di Savona e con l’Orchestra Joueurs de Flûte, con la quale ha inciso due cd e ha preso parte a “Flautissimo 2005” ( Parco della Musica di Roma) e al “Falaut Festival 2005”. Attualmente segue i corsi di perfezionamento di Michele Marasco e di Alberto Barletta.

Nata a Torino nel 1979, Sara Sartore si è laureata in oboe con Bruno Oddenino presso il Conservatorio di Torino nel 2006. Ha preso parte a numerosi concerti con gruppi cameristici esibendosi in svariate formazioni tra Piemonte e Liguria. Collabora con la Filarmonica Amadeus, l’Orchestra a fiati Accademia, la Filarmonica del Piemonte, l’Orchestra del Sermig di Torino, l’Orchestra Pressenda di Alba, l’Orchestra dell’Accademia Stefano Tempia di Torino, l’Orchestre d’Harmonie du Valle d’Aoste, l’Orchestra Bartolomeo Bruni di Cuneo e la Filarmonica di Torino, con il Luglio Musicale Trapanese e con l’Ensemble Ars Abstracta e Rondò Veneziano. Ha partecipato alla registrazione del cd La rete di Ulisse del compositore torinese Nik Comoglio, suonando oboe e corno inglese. Insegna educazione musicale in diverse scuole nella provincia di Torino e Biella.
  
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