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stagione 2008/09 > 31 marzo 2009
  > 31 marzo 2009 ore 20:30 Sala Cinquecento
  Monica Tasinato violino
  Paola Perardi violoncello

  Franz Josef Haydn
  Duetto in re maggiore Hob. VI:D1

  Fabrizio Rat Ferrero
  “Velvet songs”
  The thrill of twist Blackbird’s cage Love me anger

  Georg Friedrich Haendel
  Passacaglia
  (elab. Johan Halvorsen)


  Maurice Ravel
  Sonate pour violon et violoncelle
  I. Allegro
  II. Très vif
  III. Lent
  IV. Vif, avec entrain



La celebre Passacaglia di Georg Friedrich Haendel ben si presta alla trascrizione: dall’originale per organo ne sono stati tratti infiniti arrangiamenti, per ensemble di arpe, per chitarra sola e per ogni organico pensabile, oltre a quello del norvegese Johan Halvorsen (1864-1935) qui presentato. La struttura a variazioni in progressiva intensificazione su un segmento armonico ripetuto, permette di porre in luce ogni strumento impiegato; e ciò non contraddice la poetica tardo-barocca, che ancora in parte influenza lo stile originale haendeliano.

Del Duetto di Franz Joseph Haydn è qui sufficiente ricordare che fu composto nel 1767-68, subito dopo la nomina a Kapellmeister del principe Esterházy. Sono gli anni delle grandi messe e delle prime opere per il nuovo teatro di corte (per esempio Lo speziale, da Goldoni); ma anche di numerose sonate per pianoforte e concerti, che segnano la “crisi romantica”, la fase Sturm und Drang di Haydn. Si tratta di un clima condiviso dai maggiori, come testimoniano le coeve composizioni sturmisch di Mozart: la Sinfonia K 183 in do minore e il Quartetto K 173 in re minore. Nulla di ciò nel Duo, il che fa sospettare una possibile attribuzione non a Haydn, bensì a Leopold Hofmann (Vienna 1738-1793), autore di numerosi altri lavori per lo stesso organico, musicista di valore, che in vita fu noto quasi quanto Haydn e Mozart.

L’Allegro iniziale della Sonate di Maurice Ravel si sviluppa su un disegno che è al tempo stesso figura di sfondo e primo piano; su queste relazioni di piani prospettici Ravel intreccia i due strumenti quasi mascherando la loro identità in un continuo scambio di ruoli. Lo stesso si ripete per una nuova idea che porta il duo dallo slancio verso i registri più elevati, ad una prima ripresa delle idee iniziali, dopo circa 3 minuti e mezzo. Ovviamente non si tratta di una classica ripresa e il discorso prende una nuova direzione. Il disegno tematico iniziale circola senza sosta fino alle ultime note, modificato o ripetuto testualmente, aumentando l’intreccio di mascheramenti e scoperte che Ravel ha avviato sin dall’inizio.

Il secondo movimento, rientra in una galleria di tempi rapidi e leggeri, basati sul pizzicato degli archi, che include il Pantoum del Trio e il secondo movimento del Quartetto in fa. In questa cornice sembra saltare fuori dalla pagina la sezione finale, che prende avvio dai suoni flautati degli archi, per disegnare una rapida stretta ritmica conclusa con un “gesto” ancora tipico di Ravel, un glissato con funzione di cadenza.
Il solo violoncello apre il Lent con un lungo tema a frasi simmetriche, che percorre un arco melodico perfettamente equilibrato; alla ripetizione del violino, lo spazio sonoro si allarga in una scrittura inizialmente allusiva a un semplice contrappunto a due voci, subito arricchito di implicazioni armoniche inattese.

Dopo poco più di due minuti, emerge una timida seconda idea tematica, culminante nell’episodio centrale del movimento, esposto nei registri più sonori degli strumenti e lasciato progressivamente sfumare. Sicché dopo circa 4 minuti e mezzo ritorna il materiale melodico dell’inizio, esposto ora a due e immediatamente sviluppato. Si disegna quindi una struttura semplice e simmetrica, analoga a quella del primo movimento, dove tutti i particolari trovano agevolmente la loro funzione formale.

Anche il Vif conclusivo presenta un aspetto noto di Ravel, che ritroviamo ad esempio nei finali della Sonate per violino e pianoforte o, ancora, del Quartetto. L’esposizione emula quella del Lent, con i balzati rapidi del violoncello subito ripresi dal violino. È probabilmente il movimento dove Ravel espone la maggiore fantasia ed efficacia di scrittura strumentale, tanto che potremmo parlare di vera e propria “strumentazione”pur nella esiguità dell’organico. Si prenda ad esempio l’episodio centrale giocoso, forse anche comico, con la melodia quasi infantile che circola fra due strumenti, si spezza, si rifrange e si ricompone infine nella ripresa del materiale iniziale. Nei quattro movimenti corre quindi un unico disegno fatto di evidenti richiami formali, di precise simmetrie e specularità, ma anche di scritture strumentali dal timbro costantemente reinventato, com’è usuale in Ravel.

La suite di Fabrizio Rat Ferrero si compone di quattro “canzoni”; le virgolette sono d’obbligo, poiché si tratta di allusioni, reminiscenzeepisodiche, straniate, frammentate di canzoni e brani jazz, che fanno parte non solo del passato soggettivo dell’autore, ma del patrimonio comune. La poetica dell’allusione è, oggi come sempre, assai vivace; al momento in cui, negli anni Ottanta, gli strutturalismi hanno perduto la loro egemonia, molti compositori hanno cercato una via alternativa con un movimento di ricupero comunicativo, di liberazione da eccessivi tecnicismi. Da un lato i neo-romantici, neoneoclassici, “neo-quel che si vuole”; d’altro lato i post-moderni, i post-serialisti, i “post-qualsiasi cosa possibile” hanno trovato spazio d’azione; ma tutto questo fermento, spesso troppo svagato e leggero, ha lasciato spazio finalmente a una più seria intenzione, della quale qui abbiamo un esempio.

Nei quattro pezzi si va dal twist italiano a Monk, da Love me tender al Blue velvet di Bobby Vinton. Ma non c’è mai compiacimento né dell’anticulturalismo ostentato e fastidioso né della complicazione fine a se stessa. Il primo, The thrill of twist, attraversato dal ritmo ballabile alluso dal titolo, nasconde la citazione al termine con una emissione violinistica che quasi la rende irriconoscibile. Più che il riconoscimento focalizzato dell’allusione, interessa la varietà di situazioni da essa dedotte e disseminate ovunque, emergenti qui e là con emissioni “tradizionali” fra sonorità straniate. Lo stesso vale per il successivo Blackbird’s cage (riferito a Thelonious Monk e Miles Davis), attraversato da una ripetizione paratattica di segmenti melodici asimmetrici, armonizzati con una preponderante frequenza di consonanze e rigorosamente in omoritmia.

Lo stile di Monk viene capovolto e rimeditato radicalmente, realizzando un carattere opposto al brano precedente e al successivo. Love me anger, antifrasi non semplicemente ironica di Presley, porta invece in primo piano la dissonanza greve e un’opposizione massima fra i due strumenti, a stridente contrasto con il precedente. Avvicinamenti, echi e fusioni alternati a contrasti e opposizioni, sul persistere latente del ritmo del “velluto blu”, caratterizzano anche l’ultima “canzone” Duet on the velvet, che però stasera non verra eseguita.

Antonio Rostagno


Nata a Rivoli, Monica Tasinato intraprende gli studi musicali all’età di sette anni. Nel 1995 consegue la maturità presso il Liceo Musicale di Torino, e accede all’Accademia di Alto Perfezionamento di Portogruaro. Un anno più tardi partecipa agli “Incontri con la musica da camera” dell’Unione Musicale, mentre nel 1997 ha il ruolo di spalla ai seminari di formazione orchestrale Fenaroli di Lanciano. Si diploma in violino presso il Conservatorio di Torino con Christine Anderson. Grazie a una borsa di studio della De Sono si perfeziona con Rainer Kühl presso l’Hochschule für Musik und darstellende Kunst di Vienna, con Dora Schwarzberg alla Fondazione Romanini di Brescia e con Francesco Manara a Milano. Nel 2000 ottiene una borsa di studio dalla Hochschule für Musik und Theater di Hannover. Si è esibita per l’Estate Musicale di Portogruaro, per Piemonte in Musica, per l’Unione Industriale, per la De Sono, per il Festival Amfiteatrof di Levanto e per la stagione concertistica di Goslar e Huar. Ha suonato con l’Orchestra Filarmonica di Torino, la Frauen Kammerorchester von Österreich, la Wiener Jeunesse Orchester, l’orchestra del Teatro Regio di Torino, con la Filarmonica e con l’orchestra del Teatro alla Scala di Milano.

Paola Perardi ha iniziato lo studio del violoncello a cinque anni presso il Suzuki Talent Center di Torino. Dopo essersi diplomata nel 2001 al Conservatorio di Torino, sotto la guida di Antonio Mosca, si perfeziona con Arturo Bonucci, Johannes Goritzki, Steven Isserlis, Antonio Meneses, Enrico Dindo e l’Altenberg Trio di Vienna e partecipa alle rassegne musicali di Vittorio Veneto e di Biella. Studia con Rocco Filippini all’Accademia “Walter Stauffer” di Cremona e con Mario Brunello all’Accademia “Romano Romanini” di Brescia. Ha ottenuto una borsa di studio dal 2001 al 2004 dalla De Sono e nel 2005 dalla Fondazione CRT. Suona in duo con il pianista Federico Bosco e prende parte a concerti da camera al fianco disolisti come Franco Petracchi e Jean Bernard Pommier. Collabora con la Mahler Chamber Orchestra, i Solisti di Pavia, l’Orchestra Filarmonica della Scala, la Filarmonica Arturo Toscanini di Parma, le orchestre dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e del Teatro Regio di Torino e, in veste di primo violoncello, con l’ Orchestra Milano Classica e la Filarmonica di Torino. Dal 2007 collabora stabilmente con l’ensemble Sentieri Selvaggi diretto da Carlo Boccadoro.
  
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