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> 15 febbraio 2010 ore 20:30 Sala Cinquecento
Duo Kagan
Alexander Kagan violino
Sofiya Kagan pianoforte
Brahms
Sonata n. 1 in sol maggiore op. 78
Prokof’ev
Sonata n. 2 in re maggiore op. 94a
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Possono sembrare parole vuote, ripetute mille volte tanto per dire qualcosa; ma anche conoscendo a menadito la Sonata op. 78 (1879) di Johannes Brahms, riascoltandone il primo movimento non si può evitare l’istintiva ammirazione per l’equilibrio fra la concisione e la limpidezza della forma e la personalissima fantasia creativa. Il tema iniziale è una perfetta sintesi di architettura simmetrica e contenuto melodico sempre rinnovato, con campate fraseologiche inusualmente estese. La prima frase tematica procede a specchio, coprendo dapprima un’ottava discendente (Re4-Re3) e risalendo nella seconda metà al Re iniziale, con perfetta simmetria. La seguente frase, dove il pianoforte si anima di arpeggi incrociati, introduce la prima asimmetria: nel metro fondamentale di 6/8 (che ha due accenti principali), la parte violinistica ha un metro chiaramente in 3/4 (a tre accenti); è ciò che in termine tecnico si definisce hemiola, uno spostamento d’accento metrico che d’ora in poi caratterizzerà l’intero movimento.
Come nella Seconda Sonata op. 100, il tema iniziale giunge all’apice e lentamente sfuma per lanciare il tema secondario, al violino accompagnato da arpeggi pianistici. Questa pura melodia, dal trascinante respiro ascensionale, è uno dei migliori esempi di quella ispirazione istintiva, la cui origine è imperscrutabile e inconsapevole, per la quale Brahms più volte disse di non avere alcun merito. Con simili affermazioni intendeva attirare l’attenzione più sulla capacità costruttiva razionale che sull’ispirazione melodica istintiva, segno di una mentalità radicata nell’etica della produzione delle nuove borghesie di fine Ottocento.
Contrariamente alla formalizzazione classica, e costruendo una nuova simmetria, il movimento ha un secondo sviluppo in luogo della coda. Nell’Adagio successivo l’ambientazione nelle sonorità medio-gravi, la scrittura pianistica oscura, pesante e grave di risonanze armoniche, ancor più che la conformazione melodica lineare, determina quella atmosfera raccolta e introversa comune a molti adagi della musica da camera di Brahms. E la ripetizione del tema al violino in corde doppie si muove nella medesima direzione, come a spingere il monologo interiore ancor più in fondo alle pieghe di un pensiero nascosto.
Non diverso è il discorso per il Finale, (ispirato al Regenlied, “Canto della pioggia”, op. 59/3), dove la persistenza di disegni a note ribattute del pianoforte attenua, quasi decolora, l’espressione appassionata della melodia. Questo ripiegamento emerge con definitiva evidenza nella coda, con la molteplice citazione del tema dell’Adagio: ancora un volgersi indietro, sintomo di quell’atteggiamento decadente, che nega il progresso del tempo della storia. Queste parole alludono alla possibilità di leggere la Sonata op. 78 come espressione di un io lirico, quasi una manifestazione emotiva-soggettiva; forse anche questa può sembrare una banalità, può sembrare una sovrapposizione ‘romantica’, inadatta alla musica di Brahms, spesso ammirata invece per la lucida logica costruttiva.
Eppure soprattutto la musica cameristica dimostra quanto l’immagine di un Brahms dedito alla sola costruzione di strutture oggettive sia limitante e forzata, sia frutto di una pregiudiziale ‘novecentizzazione’ di questo autore. Se oggi l’ascolto di Brahms suscita più che mai interesse, significa probabilmente che il nuovo secolo, le nuove generazioni, sono mature per ribaltare quella interpretazione, realmente un po’ invecchiata. Emerge, quindi, la stretta appartenenza di questa musica alla fase declinante di un secolo di grandi idealismi e di altrettanto grandi reazioni razionaliste, un secolo che tutto ha sperimentato con temperature polemiche ed emotive esasperate; un secolo dal quale Brahms prende commiato non per reazione modernista, bensì con l’atteggiamento di ‘tardività’ conservatrice comune a tante età di forti contrasti. E questi, lungi da essere difetti o anacronismi, rappresentano gli aspetti di contemporaneità, che qualunque ascoltatore sensibile, oggi, percepisce in questa musica.
La Seconda Sonata di Sergeij Prokof’ev (1942-22) manifesta una poetica antipodale. Poco più di 60 anni separano le due composizioni, ma in essi si consuma lo spengleriano tramonto di una civiltà, cui ne succede una nuova che non vuole avere nulla in comune con la precedente. Anche Prokof’ev guarda qui al passato; ma dopo l’età dei neoclassicismi difficilmente tale sguardo può avere un significato lirico e profondamente sentito; l’idea stessa di ‘tradizione culturale’ è oggetto di critica e di presa di distanza, in modo esattamente opposto all’atteggiamento di Brahms. Nella Sonata op. 94b, espressione del neoclassicismo prokof’eviano, anche la superficie del suono è lucida, chiara, oggettiva, addirittura straniante nella sua continua alternanza fra aderenza e astrazione da un linguaggio e da forme della tradizione. E questo aspetto, questo lucido straniamento del materiale, che l’autore manipola oggettivamente, viene ancor più evidenziato nella versione originale per flauto.
Lo sguardo indietro, in realtà, è uno sguardo sulla storia effettuato da un punto di vista esterno ed estraneo a questa storia. Anche un ascolto superficiale registrerà quanto la temperatura emotiva si sia raffreddata; l’interpretazione storicoestetica di questi brani non può astrarre da un dato di tale evidenza. Non si tratta solo di due poetiche divergenti; sono due visioni della storia opposte, appartenenti a civiltà completamente irrelate. Che poi all’ascolto possa apparire più moderno uno o l’altro, si torna a ripetere, è questione di generazione, di formazione del gusto, di paradigma culturale. A chi, negli anni Cinquanta del ’900, è cresciuto negli ultimi strascichi di un concertismo borghese, appesantito da sopravvivenze tardo-romantiche, la ventata di agile vigoria di Prokof’ev può ancor oggi apparire una boccata di ossigeno, un rinnovamento necessario e salutare.
A chi invece, come le generazioni nate negli anni delle avanguardie, si è formato nel culto di un arte dominata dall’astrazione, dal come anziché dal cosa dire, la prospettiva non può che apparire capovolta: Brahms ha da dirci una quantità di cose importanti per noi oggi, alle quali Prokof’ev si guarda bene anche solo di alludere. Come prima si è concluso dicendo che la prospettiva conservatrice non è certo un ‘difetto’, ma una caratteristica della musica cameristica brahmsiana; ugualmente occorre ora precisare che la prospettiva neoclassica prokof’eviana non costituisce affatto un limite di questa Sonata, un anacronismo, o un motivo di svalutazione estetica. È semplicemente la caratteristica che uno sguardo dall’oggi può evidenziare in questa composizione.
Antonio Rostagno
Alexander Kagan Nasce a Mosca nel 1984 da una famiglia di musicisti. Nel 1989 si trasferisce in Germania con la famiglia e inizia a studiare il violino. Nel 1995 torna a Mosca per iniziare lo studio professionale dello strumento presso l’Accademia di Musica “Gnesin”. Nel 1999 si diploma presso l’Academic Junior Music College di Mosca e da allora prosegue gli studi al Conservatorio della città nella classe di Sergey Kravchenko fino al diploma nel 2008. Nel 1999 ottiene un riconoscimento presso l’Assembly Competition di Mosca. Nel 2001 vince il secondo premio al Concorso «Glazunov» di Parigi. Nel 2006 viene premiato anche al Concorso internazionale «David Ojstrach» di Odessa in Ucraina. Nel marzo 2007, l’M Art Trio, che Kagan fonda nello stesso anno, vince il terzo premio e il premio speciale per la migliore esecuzione di un brano romantico al Concorso Internazionale «Città di Pinerolo».
Dal 1998 è membro permanente dell’Oleg Kagan Musikfest a Kreuth in Germania e dal 2003 è membro dell’Orchestra del Festival di Lucerna sotto la direzione di Claudio Abbado. Alexander Kagan collabora con diverse orchestre tra cui Norddeutsche Philharmonie Rostock, I Solisti di Mosca diretti da Yuri Bashmet, Musica Viva con Alexander Rudin (Mosca), Hermitage Chamber Orchestra (San Pietroburgo), Academic Philharmonic Orchestra di Nižnij Novgorod. Si esibisce anche in formazione da camera con Natalia Gutman, Elisso Virsaladze, Pavel Vernikov, Eduard Brunner, Kolja Blacher. Nel 2005 ha iniziato a dedicarsi alla fotografia, diventata per lui una vera passione, e che tuttavia pratica solo a livello amatoriale.
Sofiya Kagan è nata a Mosca nel 1982. Ha cominciato a studiare pianoforte all’età di sette anni presso la Scuola Musicale «Ipolitov Ivanov». In 1994 entra all’Accademia di Musica «Gnesin», dove studia con Anna Arzamanova e Tatjana Vorobeva. Nel 2001 viene ammessa al Conservatorio di Mosca dove prosegue la propria formazione con Naum Schtarkmann e nel 2007 si diploma presso la stessa istituzione nella classe di Ksenija Knorre per il pianoforte e di Elena Natanson per la musica da camera. A Mosca nel 1996 vince il Concorso pianistico internazionale «Klassicheskoe nasledie» e nel 1998 il Concorso Internazionale «Šostakovič» di Hannover. Nel 2005 vince il premio speciale nel Concorso di Musica da Camera «Taneev» di Kaluga e nel 2007 il terzo premio e il premio speciale al Concorso Internazionale «Città di Pinerolo». Tiene concerti in Russia e in Europa. |
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