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> 23 febbraio 2010 ore 20:30 Auditorium Giovanni Agnelli
Scottish Chamber Orchestra
Robin Ticciati direttore
Peter Whelan fagotto
Ligeti
Ramifications per orchestra d'archi
Mozart
Concerto per fagotto e orchestra in si bemolle maggiore K 191/186e
Bartók
Danze popolari rumene per piccola orchestra Sz 68
Mozart
Sinfonia n. 38 in re maggiore K 504 “Praga”
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György Ligeti (1923 - 2006) Ramifications per orchestra d’archi Dietro questa composizione, nata nel 1968-69, stanno le ricerche e le esperienze intorno alle possibilità timbriche degli archi, già naugurate da Bartók e poi proseguite dallo stesso Ligeti in vari lavori, fra cui il Quartetto n. 2 per archi del 1967-68: gli archi, gli strumenti più tradizionali e meno interrogati dall’avanguardia diventano terreno di scoperte inedite proprio a partire dalle basi fisiche della produzione del suono, vibrazioni, intonazione, modi d’attacco. Ramifications è concepito per un insieme di dodici parti di archi, sette violini, due viole, due violoncelli e un contrabbasso; l’insieme è suddiviso in due gruppi (non separati nello spazio), in cui il primo, composto di quattro violini, viola e violoncello, è intonato circa un quarto di tono più in alto del secondo allo scopo di ottenere una deviazione, una corruzione dell’intonazione normale; “quello che voglio, precisa l’autore, non è una musica basata sui quarti di tono, ma una musica ‘stonata’, un’armonia ‘incerta’, una musica dove l’intonazione collassa, come un corpo in stato di graduale decomposizione”.
L’oggetto di Ramifications, come dire il suo tema, è una figura sonora ruotante su se stessa presentata dal primo gruppo, sùbito ripresa dal secondo deformata nell’intonazione; la sfasatura, o “stonatura”, produce un senso di oscillazione continua, come due trottole che nel loro ruotare una accanto all’altra si urtino modificando il loro assetto e la loro corsa. Da lontano tutto sembra fermo, ma all’interno le linee di questa micro-polifonia divaricano e si unificano, s’interrompono e riprendono più rapide, scompaiono e riappaiono in un altro registro; vista al microscopio la ramificazione procede come una crescita organica, ma l’organismo è imprevedibile, non pianificabile in anticipo, ogni attimo è deciso da quello immediatamente precedente.
Ogni tanto l’oscillazione è spinta ai gradi più acuti, dove il suono sembra fermarsi in un precario equilibrio, talvolta le linee si irritano e sconvolgono la superficie quasi sempre graduata fra il piano e il pianissimo; alla fine il tessuto sembra esplodere in un’accensione violenta, subito riassorbita per fissarsi su una lunga nota tenuta del contrabbasso: sopra la quale volteggiano ancora alcuni sussurrati frammenti e si assiepano gli unici “pizzicati” del brano.
Wolfgang Amadeus Mozart (1756 - 1791) Concerto per fagotto e orchestra in si bemolle maggiore KV 191/186e Non si conosce con certezza per quale occasione
o per quale committente Mozart diciottenne abbia composto questo Concerto datato “Salisburgo 4 giugno 1774”; si ripete spesso che il dedicatario più probabile sia un fagottista dilettante di Monaco, il barone Taddheus von Dürnitz, conosciuto tuttavia da Mozart solo qualche anno più tardi. Questo Concerto, l’unico per fagotto pervenutoci, è il primo dei Concerti composti da Mozart per strumenti a fiato; segue di poco il Concerto per pianoforte e orchestra KV 175 ed è all’incirca contemporaneo di due entusiasmanti capolavori, le Sinfonie KV 183 e KV 201, sorprendente manifestazione della prima maturazione sinfonica di Mozart.
In confronto a queste partiture l’orizzonte del nostro Concerto è molto più limitato, rivolto com’è a uno stile galante e operistico, sempre dominato tuttavia da una elegante stringatezza, senza lungaggini e riempitivi: come si sente fin dall’Allegro d’apertura, con la sua agile intelaiatura fatta evidentemente per lasciare emergere il solista. La breve esposizione orchestrale è sùbito ripresa dal fagotto, poi si va avanti come nel concerto vivaldiano alternando i ritornelli dell’orchestra con gli episodi del solista: il quale si lancia nel repertorio di tutte le possibilità allora conosciute dallo strumento, agilità di fraseggio, staccati, trilli, salti fra i registri, protagonista anche di una breve cadenza che conduce alla conclusione del primo movimento.
Il vero cuore del Concerto, con l’impronta inconfondibile dell’autore, è l’Andante ma adagio con violini e viole con sordina che espongono un tema d’intima liricità, dove si sente come il presagio della cavatina della Contessa, “Porgi amor qualche ristoro” dalle Nozze di Figaro; passando dagli archi al fagotto il tema acquista un accento più caldo e cordiale, mentre dall’orchestra anche un oboe e altri legni intervengono a dialogare con il solista, sempre propenso a gravitare verso quelle caratteristiche note profonde, dense come macchie, in cui sorpresa e pathos si fondono con sorridente umorismo; da notare, dopo l’ultimo intervento del solista, la delicatezza con cui gli archi, con il suono velato dalla sordina, riappaiono per congedare la pagina.
Il finale è un Rondò in Tempo di menuetto: il tema ricorrente è proposto immutato dall’orchestra, separando gli episodi secondari affidati al solo (uno anche in minore) con le sue invenzioni o variazioni sul tema.
Béla Bartók (1881 - 1945) Danze popolari rumene per piccola orchestra Sz 68 Pubblicando nel 1906 una ventina di Canti popolari ungheresi, Béla Bartók dimostrava d’imboccare una nuova via, dopo aver dato prova d’essersi impossessato del linguaggio tardo romantico dei Liszt, Wagner, Brahms e Richard Strauss; la nuova via era quella del canto popolare contadino, una scoperta decisiva per il suo sviluppo artistico; meglio: la rivelazione a se stesso di una parte della propria anima rimasta fino allora nascosta.
Lo studio di questa musica, scrive l’autore, “era per me di decisiva importanza, perché esso m’ha reso possibile la liberazione dalla tirannia dei sistemi maggiore e minore fino allora in vigore; infatti la più gran parte, e la più pregevole, del materiale melodico raccolto si basava sugli antichi modi ecclesiastici o greci, o persino su scale più primitive”, esaltandone ancora la libertà e varietà di formazioni ritmiche: dichiarazioni che mettono in luce sopra tutto l’effetto stimolatore di modi e ritmi popolari sul linguaggio diretto del compositore; ma in parallelo Bartók intraprese pure un lavoro scientifico di individuazione e catalogazione del folclore magiaro e centro orientale, secondo sistematiche esplorazioni in quelle terre periferiche dell’impero asburgico dai confini mutevoli, divenuti poi ancora più incerti per il sopraggiungere delle guerre mondiali.
I primi frutti artistici di queste ricerche si realizzano sul pianoforte, con le Bagattelle op. 6 (1908), i Dieci pezzi facili dello stesso anno, la Sonatina su melodie popolari rumene e i Canti natalizi rumeni del 1915, più altre pagine per coro o per canto e pianoforte, quasi tutti lavori poi trascritti per orchestra. Al 1915 appartengono anche queste Danze popolari rumene che si distinguono per un atteggiamento verso la materia popolare meno radicale, cioè più orecchiabile e indulgente ai lati più pittoreschi del folclore: da cui la straordinaria fortuna con cui sono state accolte nelle più varie trascrizioni, fra cui quella orchestrale (1917) con flauti, clarinetti, fagotti, corni a coppie e archi, quasi a ricreare la fonicità di un’orchestrina di paese.
Il primo brano, Danza col bastone, è animato da una fierezza di ritmi spavaldi, il secondo, Girotondo, è di una leggerezza quasi settecentesca: poche note prelibate, come in certe minuscole mazurche di Chopin; un accompagnamento ostinato, che ricorda il suono della popolare gironda, distingue la Danza sul posto, con la sua malinconica melodia che giravolta all’acuto fiorita di mordenti e acciaccature; la Danza del corno è percorsa da un denso calore esotico, la Polka rumena ha qualcosa di zingaresco nella sua vivacità ritmica, mentre la conclusiva Danza veloce unisce ai ritmi sincopati una melodia che prende sempre più corsa fino al turbinoso finale.
Wolfgang Amadeus Mozart (1756 - 1791) Sinfonia n. 38 in re maggiore KV 504 “Praga” Questa Sinfonia, composta probabilmente alla fine del 1786, fu eseguita la prima volta nel concerto del 19 gennaio 1787 a Praga, dove negli stessi giorni trionfavano Le nozze di Figaro; sembra che tutto quanto Mozart destinava al pubblico di Praga fosse segnato da un’audacia immaginativa particolare, certo stimolata dalla consapevolezza di essere ricevuto e compreso in quella città meglio che altrove; così come il Don Giovanni, che seguirà pochi mesi dopo al Teatro dell’Opera, la Sinfonia “Praga” appartiene a queste opere di prima grandezza, dove sotto l’esattezza tagliente delle forme serpeggia un fuoco inventivo e quasi una sorta di disperazione giovanile e titanica del tutto inedita.
Il primo movimento, in particolare, è forse il più elaborato e ardito mai scritto da Mozart per aprire una sua Sinfonia, del che è prova indiretta l’esistenza, rarissima in Mozart, di schizzi e abbozzi preparatori: abbozzi che non riguardano tanto i temi, già formati nei loro tratti essenziali, ma il loro concatenamento e sviluppo. Si parte (Adagio) con un gesto schiettamente teatrale, quasi una tambureggiante alzata di sipario (o è il Commendatore che bussa alla porta?); ma alla prima idea sùbito ne seguono altre di segno diverso, brevi dialoghi fra archi e fiati, tenere melodie, improvvisi addensamenti in scure tonalità minori, ombre drammatiche che sembrano prefigurare profili beethoveniani: questa introduzione in realtà avrà conseguenze in tutta la Sinfonia, come un potenziale di energia da cui sempre attingere qualcosa.
Anche l’Allegro successivo è dominato da una sovrabbondanza inventiva, ma tutta ricavata dal tema principale, con una moltiplicazione di idee disponibili a consumarsi e rinascere sotto nuova forma secondo un intrepido attivismo; se il tono generale può ricordare la Ouverture del Don Giovanni, nella Sinfonia tutto è amplificato e condotto a perfezione per una densità contrappuntistica che avrà un confronto solo nel Finale della Sinfonia “Jupiter”; come ad allentare la tensione interviene, relegata quasi alla fine dell’esposizione, anche una idea cantabile, presentata dai violini e commentata con arguzia dai fagotti.
L’Andante che segue si basa su due idee, una pastorale, desiderosa di percorrere la filigrana di delicati disegni cromatici, l’altra di grande respiro tragico, come se l’Adagio introduttivo all’opera facesse sentire ancora i suoi diritti; anche questa pagina rivela una complessità del tutto rara nei movimenti lenti, specie per il gioco chiaroscurato dei piccoli dialoghi e le imitazioni fra varie voci che ogni tanto si liberano in squarci di affettuosa cantabilità; ma è un idillio che non riposa su se stesso, come se il paesaggio pastorale si vestisse ogni tanto di segreti turbamenti dal segno schiettamente schubertiano. Non sappiamo per quale motivo Mozart non abbia fatto seguire il tradizionale Minuetto; una componente teatrale domina anche nel Finale, e ci si può riferire alla velocità con cui Cherubino appare e scompare nel finale II delle Nozze di Figaro; il terzetto di flauto, oboe e fagotto emerge spesso come “concertino” all’interno della ricchezza polifonica dell’insieme; si risentono anche i riflessi drammatici dell’introduzione, anche se debellati dall’energia incontenibile che spinge l’opera alla sua luminosa conclusione.
Giorgio Pestelli
Scottish Chamber Orchestra Nota a livello internazionale per l’approccio innovativo nel fare musica e nelle scelta dei programmi, la compagine nasce nel 1974, al servizio della comunità e come ambasciatrice culturale della Scozia nel mondo. L’Orchestra si esibisce in tutta la regione, effettua tournée annuali nelle Highlands e nel sud del paese, ed è ospite regolare dei Festival di Edimburgo, Aldeburgh, St. Magnus così come dei BBC Proms. All’estero è stata in tournée in Belgio, Olanda, Austria, Svizzera, Spagna, Portogallo, Svezia e negli Stati Uniti. L’Orchestra ha recentemente affidato al giovane direttore inglese Robin Ticciati l’incarico di Direttore principale, ruolo che verrà assunto a partire da settembre 2009. Ticciati dirigerà quattro concerti durante la stagione 2009/10 e tre durante la torunée nelle Highlands in giugno 2009.
Il legame di lunga data con il Direttore laureato Sir Charles Mackerras ha dato vita, nel corso degli anni, a una memorabile serie di esecuzioni e incisioni discografiche; e in particolare, al Festival di Edimburgo, si sono creati un’invidiabile reputazione con l’esecuzione di opere in forma di concerto. Tra le incisioni realizzate insieme si annoverano sette opere di Mozart, il Requiem di Mozart, un cd dedicato a Kodály e Bartók per la casa discografica Linn Records. Hanno avuto una nomination al Grammy Award per l’incisione delle Sinfonie di Brahms e hanno realizzato quattro cd con i concerti per pianoforte di Mozart e Alfred Brendel come solista. Le ultimi registrazioni dell’Orchestra sotto la guida di Sir Charles Mackerras comprendono le ultime quattro Sinfonie di Mozart.
Dopo una collaborazione, protrattasi con successo per nove anni, nella posizione di Direttore principale, nel 2005 Joseph Swensen è diventato Direttore emerito della Scottish Chamber Orchestra. Swensen ha sviluppato un legame unico con l’orchestra sia come direttore sia come solista e insieme hanno inciso cinque cd per la casa discografica Linn Records. Altri direttori che collaborano regolarmente con la SCO sono Nicholas McGegan, Andrew Litton, Frans Brüggen, John Storgårds e Thierry Fischer. Molti compositori di fama hanno scritto per la formazione, tra questi Sir Peter Maxwell Davies, Mark-Anthony Turnage, Edward Harper, James MacMillan, Haflidi Hallgrímsson, Einojuhani Rautavaara e Stuart MacRae.
L’orchestra ha un ruolo di primo piano al Festival di Edimburgo e nel 2005 «The Herald», a riconoscimento del sostanziale contributo alla manifestazione, le ha assegnato un Bank of Scotland Archangel Award. Attiva anche nel campo dell’educazione musicale la SCO promuove progetti di ogni genere che coinvolgono sia adulti sia bambini in tutta la Scozia e suscitano interesse oltremare. Appare regolarmente in televisione e attualmente vanta un’ampia discografia con oltre 140 incisioni.
Robin Ticciati Di origini italiane, nasce a Londra nel 1983, compie gli studi al Clare College dell’Università di Cambridge, suona il pianoforte, il violino e le percussioni ed è membro della National Youth Orchestra of Great Britain. Dall’età di quindici anni inizia a studiare direzione d’orchestra sotto la guida di Colin Davis e Simon Rattle. Il 26 giugno 2005, a soli 22 anni, viene chiamato a sostituire Riccardo Muti diventando così il più giovane direttore d’orchestra a condurre l’Orchestra Filarmonica del Teatro alla Scala di Milano, in un concerto dove vengono eseguiti il Doppio Concerto di Brahms e le Variazioni Enigma di Elgar.
Nel 2006 dirige per la prima volta l’Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia e nell’agosto di quello stesso anno è il più giovane direttore d’orchestra a salire sul podio del Festival di Salisburgo dirigendo Il sogno di Scipione di Mozart nell’ambito delle celebrazioni del 250° anniversario della nascita del compositore salisburghese. La rappresentazione viene ripresa e trasmessa dalla televisione austriaca e in seguito riprodotta anche su dvd dalla Deutsche Grammophon. Nel 2007 viene nominato Direttore musicale di Glyndebourne on Tour. Con la stagione appena conclusa Robin Ticciati è entrato nel suo terzo anno come Direttore musicale e Consulente artistico della Gävle Symphony Orchestra in Svezia. A partire dalla stagione 2009/2010 Ticciati assumerà la carica di Direttore principale della Scottish Chamber Orchestra.
La carriera di Ticciati ha progredito rapidamente e ora dirige regolarmente le maggiori orchestre al mondo quali Sächsische Staatskapelle Dresden, Göteborgs Symfoniker, Royal Liverpool Philharmonic, Northern Sinfonia, Orchestra of the Age of Enlightenment, Accademia Nazionale di Santa Cecilia, Bamberger Symphoniker. Gli impegni in ambito sinfonico sono ampiamente controbilanciati da quelli in ambito operistico. I progetti del 2007/2008 hanno incluso Macbeth di Verdi a Glyndebourne, Rape of Lucretia di Britten alla Konzerthaus di Vienna con Ian Bostridge e Angelika Kirschlager; una tournée in Giappone con la produzione salisburghese di Le nozze di Figaro e l’Orchestra of the Age of Enlightenment. Tra gli impegni della stagione in corso si ricordano il debutto alla Royal Opera House Covent Garden di Londra, una tournée con Glyndebourne on Tour, entrambi con Hänsel & Gretel; il ritorno in Giappone con la produzione salisburghese di Così fan Tutte alla guida della Mahler Chamber Orchestra.
Peter Whelan Originario di Dublino, Peter Whelan è stato assunto come Primo fagotto della Scottish Chamber Orchestra nel 2008, dopo aver ricoperto la medesima posizione nella Bournemouth Symphony Orchestra. Molto richiesto da varie formazioni orchestrali, ha collaborato con molte delle maggiori orchestre europee, tra cui la London Philharmonic Orchestra, l’Orchestra of the Age of Enlightenment, la Mahler Chamber Orchestra, gli English Baroque Soloists, Le Concert D'Astrée, l’Opera di Zurigo.
Ugualmente a suo agio con strumenti antichi e moderni, il suo repertorio copre oltre quattro secoli di musica. Come fagotto solista ha collaborato con la National Symphony Orchestra of Ireland, il Bach Consort Wien, la Scottish Chamber Orchestra e la Irish Baroque Orchestra.
Recentemente ha effettuato una torunée in Messico come solista dell’ensemble La Serenissima, con cui sta incidendo una serie di concerti vivaldiani per fagotto per l’etichetta Avie. Acuto camerista, si esibisce con regolarità alla Wigmore Hall e nel 2007 ha vinto il primo premio alla Brugge International Competition insieme all’ensemble Xacona. Ha ricevuto la sua prima formazione musicale in Irlanda presso la Royal Irish Academy of Music. Dopo la laurea al Trinity College di Dublin (2000), ha vinto una borsa di studio del governo svizzero che gli ha consentito a di perfezionarsi con Sergio Azzolini alla Musik-Akademie di Basilea. |
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