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stagione 2009/10 > 16 marzo 2010
  > 16 marzo 2010 ore 20:30 Auditorium Giovanni Agnelli
  Budapest Festival Orchestra
  Iván Fischer direttore
  Anton Kuerti pianoforte

  Beethoven
  Ouverture a Le creature di Prometeo op. 43
  Concerto n. 4 in sol maggiore per pianoforte e orchestra op. 58
  Sinfonia n. 4 in si bemolle maggiore op. 60



Ludwig van Beethoven (1770 - 1827) Ouverture dal balletto Le creature di Prometeo op. 43 Il 26 marzo 1801 andava in scena al Teatro Imperiale di Vienna l’unico balletto composto da Beethoven, Die Geschöpfe des Prometheus (“Le creature di Prometeo”); la coreografia era affidata a un celebre artista napoletano, Salvatore Viganò, reduce da una lunga tournée europea che l’aveva incoronato di gloria. Dedicataria dell’avvenimento era la moglie dell’imperatore Francesco I d’Austria, Maria Teresa, appassionata d’arte e preziosa mecenate, come conferma la vicenda del balletto che verte tutta sul ruolo benefico delle arti.

Non sappiamo con assoluta precisione a quali momenti della trama corrispondessero i singoli brani scritti da Beethoven, perché della “prima” viennese non si sono conservati documenti, a parte una stringata locandina; ci soccorre tuttavia la testimonianza di un biografo di Viganò, Carlo Ritorni, che ripercorre con dovizia di particolari il soggetto delle Creature di Prometeo; tutto si svolge attorno al racconto mitico di Prometeo che ruba il
fuoco agli dèi e se ne serve per infondere vita in due statuette di creta; a questi omuncoli manca però ogni cenno di sensibilità, sicché per dirozzarli Prometeo dovrà presentarli alle Muse e sottoporli a un graduale apprendistato umano e artistico.

L’Ouverture, molto eseguita come pezzo da concerto e rimasta l’unica pagina conosciuta del balletto, si apre con una spaziosa introduzione lenta (Adagio), nitida e solenne come la gradinata di un tempio classico; se ne sprigiona di scatto l’Allegro non troppo, con il rapido volo dei violini che si sgrana come un moto perpetuo, sempre più infervorato dal suo stesso moto; una seconda idea, dal passo appena più trattenuto, è presentata da flauti e oboi, cui subito tengono dietro clarinetti e fagotti, con note staccate che rimbalzano come gocciole d’acqua; ma non tarda a riprendere la corsa leggera degli archi proseguita fino alla conclusione e rimasta un tipico contrassegno di molte ouvertures operistiche, da Rossini fino alla Sposa venduta di Smetana.


Concerto per pianoforte e orchestra n. 4 in sol maggiore op. 58 Quasi coevo al Fidelio e alla Quinta Sinfonia, il Concerto in sol maggiore op. 58 viene a maturazione fra il 1805 e la fine dell’anno successivo, al centro di un biennio in cui l’impegno compositivo di Beethoven è attraversato da un’ondata d’incredibile fecondità; in questa burrasca creativa il Quarto Concerto per pianoforte si lascia percepire come uno spazio di pacata libertà, un’isola placida e velata, dove lo stesso movimento centrale, tanto violentemente drammatico, non scalfisce l’unità del paesaggio e l’armonia della sua essenza squisitamente lirica. La prima esecuzione, com’era abitudine, avvenne in forma semiprivata, con Beethoven al pianoforte, in un concerto del 1807 in casa del principe Lobkowitz; l’anno seguente, il 22 dicembre, il Quarto Concerto viene presentato a tutta la Vienna musicale, riunita al Teatro an der Wien per assistere a una gigantesca “accademia” tutta beethoveniana: oltre all’opera nuova il programma comprendeva infatti la Quinta e la Sesta Sinfonia, la Fantasia op. 80 e alcuni brani della Messa in do maggiore op. 86.

In una recensione del 17 maggio 1809 il critico dell’“Allgemeine musikalische Zeitung” parlò dell’opera come della “più straordinaria, personale, elaborata e difficile” fra tutte quelle che impegnavano uno strumento solista; e l’autorevole Rochlitz, ancora un decennio più tardi, scrive: “questa poco conosciuta composizione è in realtà una delle più originali e, in particolare nei due primi movimenti, delle più eccellenti e ricche di spirito di questo Maestro”; è probabile che questo insistere sull’“originalità” fosse in gran parte da attribuire al celebre esordio, in cui il pianoforte, quasi improvvisando a sipario chiuso, espone da solo quel primo tema che pervade tutto il primo movimento con una serie inesauribile di estrapolazioni, variazioni e parentesi liriche; la novità e l’unicità di questo esordio è quella di essere “tematica” e allo stesso tempo”improvvisatoria”, di fondere necessità e casualità nel tono di un libero preludiare, “a parte”, del solo pianoforte.

Di estrema originalità si può parlare anche a proposito dell’Andante con moto, per l’essenzialità con cui la poetica del conflitto è rappresentata nell’urto frontale fra il solista e l’orchestra: quest’ultima resa aggressiva dal terreo colore degli archi, dal ritmo minaccioso, contrapposto al solista raccolto in una frase di corale, attutita dalla sonorità “una corda” in una luce di preghiera interiore; anche la soluzione del conflitto è originale rispetto ad altri luoghi beethoveniani, perchè questa volta è il “principio implorante” che vince, quando il sinistro monito dell’orchestra poco per volta si affievolisce: come un coro di furie, placato dal canto di un nuovo Orfeo, che si chinano per lasciare il passo.

Lo sbocco è nel Rondò finale, pagina che corre su piedi leggeri, nella quale la visione lirica è confermata dall’uso frequente di strumenti solisti (i legni sopra tutti), i quali specie negli ultimi episodi conversano con il pianoforte secondo un rapporto più familiare alla musica da camera che alle vaste forme concertanti. L’originalità, che tanto aveva impressionato i contemporanei, per il pubblico moderno passa ormai in secondo piano rispetto al miracolo perenne del tono poetico generale dell’opera, quello di un romanticismo regolato da una sotterranea presenza mozartiana; sotto lo stimolo dello strumento prediletto, il pianoforte, si scoprono regioni che nelle sinfonie non potevano trovare voce, aperture al l’intimismo più segreto, quasi preschubertiano, anche gli elementi più tecnici, come scale, arpeggi e trilli che il pianoforte libera in misura inconsueta, si trasfigurano in elementi poetici, senza più differenza fra la decorazione e la linea di canto che se ne sprigiona ogni volta nuova e inattesa.


Sinfonia n. 4 in si bemolle maggiore op. 60 La Sinfonia in si bemolle op. 60 fu composta nell’estate del 1806 e pubblicata con dedica al conte Franz von Oppersdorf che ne aveva fatto esplicita richiesta al musicista; a questa occasione “cortese” alcuni hanno collegato il tono generale di minore tensione emotiva rispetto alla Terza e alla Quinta Sinfonia fra cui l’op. 60 s’insinua; ma altri biografi mettono il luminoso, amabile carattere dell’opera in relazione a un fatto privato di tutt’altra natura, il fidanzamento di Beethoven con Therese von Brunswick avvenuto proprio nel maggio di quell’anno 1806; l’opera fu presentata la prima volta in forma privata nel palazzo viennese del principe Lobkowitz (marzo 1807), e quindi al grande pubblico del Teatro dell’Opera il 15 novembre 1807.

Il genio critico di Robert Schumann mise in circolazione l’appellativo di “ellenica” per la Sinfonia in si bemolle maggiore, paragonandola a “una slanciata fanciulla greca fra due giganti nordici”, la Terza e la Quinta appunto; e il riferimento ai greci, simboli di una bellezza ideale, coglie un aspetto profondo dell’opera, tutta percorsa da una sorta di umanistica armoniosità e snellezza: nessun rilassamento quindi, ma ancora un balzo in avanti, verso un luogo della fantasia e del sentimento dove il dinamismo viene continuamente ingentilito da una grazia superiore. Infatti importa notare che l’esperienza della Sinfonia Eroica non è affatto contraddetta, ma semplicemente indirizzata ad altro oggetto; quella immediatezza del linguaggio, reso capace di passare in modo fulmineo da un estremo all’altro dello stile compositivo, e quindi capace di cogliere sul fatto qualunque sfumatura del sentimento, qui si esercita non su un pensiero conflittuale, ma su un paesaggio sereno e in qualche modo già dato.

Così la gioia del primo Allegro sprizza con quella forza assertiva che è tipica di chi abbia un grande conflitto alle spalle; ed è una gioia non solitaria, ma feconda di relazioni e di arditezze di contagiosa immediatezza comunicativa; inoltre, nel colorito strumentale, non si mancherà di cogliere un suono nuovo, fatto di certe opposizioni di registri, di sortite di strumenti agresti, un suono quindi che fa presagire la Sinfonia Pastorale, già in elaborazione sulla scrivania del compositore. Con attenzione particolare si riascolti l’Adagio, questa meravigliosa “aria” per orchestra: l’incanto nativo e pacato della melodia, la quieta tessitura delle immagini sono come convalidati dall’inquietudine ritmica di un accompagnamento tanto sommesso quanto balzante e arguto; contrasti del genere non sono certo nuovi per l’inventiva di Beethoven, specie nelle Sonate per pianoforte, ma qui la stesssa idea si amplia in un quadro mosso e chiaroscurato, anche perché quel lieve pulsare, passando dagli archi al fagotto, al timpano, apre ogni volta sfondi nuovi e inediti.

Di “bizzarrie” parleranno alcuni dei primi recensori dell’opera, e su libertà e sorprese di carattere specialmente ritmico si basava il parallelo un tempo diffuso, ma oggi per noi meno verisimile, fra Beethoven e Jean Paul Richter, lo scrittore tanto amato dal primo Schumann. Di pura gioia ritmica sono intessuti lo Scherzo, dove Beethoven introduce la novità (poi ripresa nella Settima Sinfonia) di far comparire per due volte il trio, e il Finale, al quale la verve trascinante conferisce quasi il carattere di un “moto perpetuo”; mai meccanico tuttavia, ma sempre umoristicamente rallentato o accelerato dalla mente che lo concepisce e governa.

Giorgio Pestelli


Budapest Festival Orchestra È stata fondata nel 1983 da Iván Fischer e Zoltán Kocsis con musicisti ungheresi allo scopo di offrire a Budapest un’orchestra sinfonica di livello internazionale e di dare vita a grandi eventi musicali nazionali. Dal 2000 è attiva sotto l’egida della municipalità di Budapest e di una fondazione sostenuta da corporazioni e banche ungheresi e straniere. Dal 2003 la compagine è stata riconosciuta quale istituzione nazionale dal Ministero della Cultura e gode anche del sostegno di fondi statali. Attualmente l’orchestra non è soltanto il fulcro della vita musicale della capitale ungherese, ma è anche apprezzata ospite dei maggiori centri musicali del mondo: Salisburgo, Vienna, New York, San Francisco, Chicago, Montreal, Tokyo, Parigi, Berlino, Monaco, Londra, Roma, Amsterdam, Buenos Aires.

Numerose sono le figure di rilievo internazionale che hanno collaborato con la formazione: Sir Georg Solti (che ne è stato direttore onorario fino alla morte), Yehudi Menuhin, Kurt Sanderling, Eliahu Inbal, Charles Dutoit, Gidon Kremer, Sándor Végh, András Schiff, Heinz Holliger, Martha Argerich, Yuri Bashmet, Rudolf Barshai, Kiri te Kanawa, Radu Lupu, Thomas Zehetmair, Vadim Repin e Richard Goode. La BFO è apprezzata sia per l’attività in campo operistico sia per l’attività concertistica. Tra le produzioni di successo ricorderemo Il flauto magico (Budapest), Così fan tutte (Atene), Idomeneo (Budapest/Atene), Orfeo ed Euridice (Budapest/Bruxelles), Il turco in Italia (Parigi).

In ambito concertistico, invece, il ciclo dedicato a Bartók nel cinquantesimo anniversario della morte (Budapest/Bruxelles/Colonia/Parigi/New York), il ciclo integrale delle sinfonie di Gustav Mahler portato avanti nel corso di più anni (Budapest/Lisbona/Francoforte/Vienna), le esibizioni legate al centenario della morte di Brahms, il ciclo dedicato a Bartók e Stravinsky (Edimburgo/Londra/San Francisco/New York) il ciclo Liszt-Wagner nel gennaio 2004 (Budapest/Bruxelles/Londra). Nel 2005 l’orchestra ha dato l’avvio all’annuale Mahlerfest di Budapest. L’Orchestra dedica particolare attenzione alla musica contemporanea ed è stata protagonista di numerose prime, sia a livello nazionale che mondiale, di opere di autori quali Ustvolskaia, Eötvös, Kurtág, Schönberg, Holliger, Tihanyi, Doráti, Copland, Adams e commissiona regolarmente nuovi lavori a compositori quali Jeney, Sáry, Lendvay, Vajda, Mártha, Melis, Vidovszky, Tihanyi, Orbán, Láng, Gyöngyösi.

Accanto all’attività sinfonica ferve quella cameristica, che vede impegnati gruppi formatisi in seno alla compagine. Tra le iniziative predilette dal pubblico cittadino, i Cocoa Concerts, pomeriggi musicali dedicati ai bambini, il ciclo Haydn-Mozart, dove i ruoli solistici sono affidati alle parti principali dell’orchestra, e le prove generali aperte con le introduzioni storiche di Iván Fischer, che dalla fondazione è il direttore musicale della BFO.


Iván Fischer Nato nel 1951, si è dedicato inizialmente al pianoforte e al violino per passare poi al violoncello. Dopo gli studi in composizione compiuti a Budapest, si è diplomato nella famosa classe di direzione d’orchestra di Hans Swarowsky a Vienna, e ha lavorato per due stagioni come assistente di Nikolaus Harnoncourt. Il successo internazionale lo raggiunge dopo aver vinto la Rupert Foundation Competition nel 1976 a Londra, dove quindi si trova a lavorare per un anno con la BBC Symphony per poi venire invitato dalla London Symphony per una tournée intorno al mondo. Direttore ospite in molti paesi, negli Stati Uniti ha debuttato con la Los Angeles Philharmonic con un ciclo dedicato a Brahms.

Tornato nel 1983 in Ungheria, ha fondato la Budapest Festival Orchestra introducendo nuovi metodi di prova, dedicando una particolare attenzione alla musica da camera e al lavoro creativo di ciascun membro dell’orchestra. Il sensazionale successo della nuova compagine ha indubbiamente contribuito a consolidare la fama e la reputazione di Iván Fischer, considerato ormai uno dei maggiori direttori al mondo. Quale direttore ospite Iván Fischer si è esibito con Berlin Philharmoniker, Royal Concertgebouw, New York Philharmonic, Cleveland Orchestra, Orchestre de Paris, Münchner Philharmoniker, Israel Philharmonic e Orchestra of the Age of Enlightenment. È particolarmente apprezzato quale interprete di Bach, Mozart, Brahms, Mahler e Bartók. In ambito operistico ha diretto un ciclo mozartiano alla Staatsoper di Vienna e produzioni a Zurigo, Londra, Parigi, Bruxelles e Stoccolma.

Fischer è stato Direttore musicale della Northern Sinfonia e della Kent Opera, Direttore principale ospite della Cincinnati Symphony Orchestra e, tra il 2001 e il 2003, Direttore musicale della Lyon National Opera. È Direttore artistico dell’annuale Mahlerfest di Budapest, da lui lanciata nel 2005. Iván Fischer è fondatore della Società Mahler ungherese ed è Patron of the British Kodály Academy. Ha ricevuto una medaglia d’oro dal presidente della Repubblica d’Ungheria e il Crystal Award dal World Economic Forum per i servizi resi nell’ambito delle relazioni culturali internazionali. È Stato insignito dal governo francese dell’ordine di Chevelier des Arts et des Lettres e ha ricevuto dal governo ungherese il prestigioso premio Kossuth.


Anton Kuerti Pianista, compositore e didatta nasce in Austria nel 1938, cresce negli Stati Uniti e vive in Canada da 35 anni. Dopo l’esibizione con la Boston Pops Orchestra, a soli undici anni, nel Concerto per pianoforte e orchestra di Grieg, Kuerti inizia la carriera di pianista a livello internazionale che si focalizzerà soprattutto sulla produzione beethoveniana. Studia alla Longy School of Music, al Cleveland Institute of Music e al Curtis Institute, tra i suoi insegnanti si annoverano Arthur Loesser, Mieczysław Horszowski e Rudolf Serkin. La carriera di esecutore lo ha portato in tournée in quasi 40 paesi tra cui il Giappone, la Russia e la maggior parte d’Europa. Si è esibito con i più importanti direttori e le maggiori compagini statunitensi tra cui la Boston Symphony, la New York Philharmonic, la Cleveland Orchestra, la Philadelphia Orchestra, e le orchestre di Atlanta, Denver, Detroit, Pittsburgh, St. Louis e San Francisco.

Recentemente ha eseguito l’integrale dei concerti per pianoforte e orchestra di Beethoven con la Columbus Symphony, la Symphony Nova Scotia, e la Brott Festival Orchestra. Tra gli impegni recenti in ambito cameristico un programma per la CBC di Montreal, la partecipazione al Santa Fe Chamber Music Festival, la residenza di una settimana al Vermont Mozart Festival dove ha tenuto recital e si è esibito con orchestra. Nel 2003 Anton Kuerti ha dato vita a Sonatathon, una sorta di maratona pianistica dedicata alle sonate di Beethoven per la Philadelphia Chamber Music Society.

Nel 2002 è stato direttore del primo festival mondiale dedicato a Czerny che si è tenuto a Edmonton. Artisti come il St. Lawrence String Quartet, la violinista Erika Raum si sono uniti a Anton Kuerti nel celebrare la produzione di Carl Czerny. Intensissima l’attività dell’artista anche nel paese di residenza: in Canada Kuerti si è esibito in 140 comunità, da una costa all’altra, e ha collaborato con tutte le orchestra professionali; in particolare ha tenuto 39 concerti con la Toronto Symphony. È Ufficiale dell’Ordine del Canada e gli sono state conferite numerose lauree ad honorem. In 2007 ha ricevuto due ulteriori riconoscimenti di prestigio: il Premio «Schumann» della Robert-Schumann-Gesellschaft in Germania, e il National Arts Prize del Banff Centre in Canada.

In formazione da camera Kuerti ha collaborato con Gidon Kremer, Yo-Yo Ma, Janos Starker, e con i Quartetti di Tokyo, Cleveland, Colorado, Guarneri, St. Lawrence. É tra gli artisti che hanno effettuato il maggior numero di incisioni discografiche, soprattutto con le Sonate e i Concerti di Beethoven, le Sonate di Schubert e i Concerti di Brahms. Di prossima uscita un CD dedicato ai lavori per pianoforte e orchestra di Schumann e in prima mondiale l’incisione dei brani per violino e pianoforte di Czerny.
  
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