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stagione 2011/12
    > 3 febbraio 2012 ore 20:30 Auditorium Giovanni Agnelli
  Orchestra del Teatro Mariinskij di San Pietroburgo
  Valery Gergiev direttore

  Pëtr Il’ič Čajkovskij
  Romeo e Giulietta, Ouverture fantasia per orchestra

  Sergej Prokof’ev
  Romeo e Giulietta, Selezione dal balletto

  Montecchi e Capuleti
  Maschere
  Frate Lorenzo
  Romeo alla tomba di Giulietta
  Morte di Tebaldo

  Hector Berlioz
  Symphonie Fantastique op. 14, Épisode de la vie d’un Artiste

  Rêveries – Passions
  Un bal
  Scène aux champs
  Marche au supplice
  Songe d’une nuit de Sabbat


Pëtr Il’ič Čajkovskij (1840 - 1893) Romeo e Giulietta, Ouverture fantasia per orchestra Eseguita la prima volta a Mosca nel marzo 1870 sotto la direzione di Nicolaj Rubinstein, questa Ouverture-Fantasia ha segnato, almeno in Russia, il primo vero successo di Čajkovskij, e la sua bellezza non è stata ancora appannata dalle innumerevoli esecuzioni dovute alla fama che si è conquistata. Composta su istigazione di Milij Balakirev, cui è dedicata, l’opera è frutto di tre elaborazioni successive: la rigidezza un poco accademica della versione 1869 si scioglie in quella del 1870 e si perfeziona in efficacia e puntualità formale in quella definitiva del 1880; la vecchia immagine di un Čajkovskij tutto sentimento che si affida solo all’ispirazione del momento è una favola, ormai sostituita dal compositore che riesce a nascondere il suo lungo lavoro di perfezionamento sotto l’aspetto di una inconsapevole spontaneità.

La celebre storia degli amanti veronesi è condotta, con una chiarezza che non ha bisogno di commenti, a coincidere con la forma di sonata, con i suoi due temi principali e lo sviluppo centrale: anzi, Čajkovskij sembra in un certo senso “mettere in scena”, rendere visibile, il contenuto drammatico di quella forma, simboleggiandola nella vicenda immortalata da Shakespeare. L’introduzione (Andante) ci presenta un corale di clarinetti e fagotti, russo fino al midollo, che i commentatori attribuiscono per il suo tono religioso al personaggio di Frate Lorenzo; ma ancora più interessante è notare come la sua compattezza si sfaldi nelle battute che seguono, in quei disegni smarriti degli archi, certo ispirati all’introduzione della Sinfonia fantastica di Berlioz: un senso di malessere, il pathos segreto del disfacimento, attraversato dagli estenuati accordi dell’arpa, s’impossessano della musica attingendo all’esperienza più diretta della decadenza europea.

Alle risse fra i clan allude il tema dell’ Allegro, giocato fra taglienti opposizioni e sospinto dalle rincorse concitate degli archi, mentre l’amore di Romeo e Giulietta è incarnato nel grande tema cantabile, vero asso nella manica della composizione; esuberante nel desiderio di rivelarsi, tutto curve e voltate segnate da una vera ebbrezza liberty, la sua portata espressiva è tuttavia attenuata, con lucido controllo, nella voce dolente del corno inglese e nelle viole “con sordina”, come a trattenerne le vibrazioni in una luce di crepuscolo. Lo sviluppo centrale è governato dal tema del corale, che in realtà, più o meno scoperto, percorre tutto il brano; l’accavallarsi delle linee, sempre consegnate a una trasparente strumentazione, sfocia nel tema cantabile, amplificandolo in “crescendi” di tristanico ardore.

Indimenticabile la coda (Moderato assai), con quel suono cavo del basso tuba, i pizzicati dei bassi e il fatale rullo di timpani: fagotto e violoncello ricordano ancora il tema amoroso come una ferita bruciante, mentre le arpe con i loro accordi tesi all’acuto sembrano indicare la triste sorte degli amanti e la pace che aleggia sulle loro tombe.


Sergej Prokof’ev (1891-1953) Romeo e Giulietta, Selezione dal balletto Composto fra il 1935 e il ’36 Romeo e Giuliettaè il primo balletto scritto da Prokof’ev per la Russia sovietica, dove il compositore era rientrato nel 1932 dopo quindici anni di fruttuose peregrinazioni; i suoi precedenti balletti, tutti composti per Parigi, avevano un’articolazione più coreutica che narrativa, mentre il nuovo lavoro assume la vicenda drammatica secondo il modello dei grandi balletti di C ajkovskij, Il lago dei cigni e La bella addormentata, che facevano testo nella Russia del tempo.

Anche se oggi Romeo e Giulietta è considerato il capolavoro di Prokof’ev nel genere del balletto, contando ormai migliaia di allestimenti diversi in ogni teatro del mondo, i suoi inizi hanno incontrato una serie quasi incredibile di ostacoli e difficoltà: pur commissionato dal Teatro Kirov (oggi Mariinskij) di Leningrado (San Pietroburgo), lungaggini burocratiche ne rinviano l’allestimento, tanto che l’autore ne ricava sùbito una prima Suite da concerto eseguita nel novembre del 1936; dopo un rifiuto del Bolshoi di Mosca, che giudicò il balletto inadatto alla danza, e un nuovo tentativo fallito presso il Kirov, disgustato dalle tavole del palcoscenico, Prokof’ev risponde con una seconda Suite da lui stesso diretta a Leningrado nel 1937. Infine il balletto completo andò in scena la prima volta in Cecoslovacchia, al Teatro Nazionale di Brno, il 30 dicembre 1938 e solo nel 1940 venne allestito al Kirov; per una successiva ripresa nel 1946, al Bolshoi di Mosca, con rifacimenti richiesti dal coreografo Leonid Lavrovsky, Prokofiev scrisse ancora una terza Suite orchestrale, tuttavia non alla pari con la scintillante bellezza delle due precedenti.

Queste Suites seguono solo da lontano la vicenda della tragedia di Shakespeare, presentando una successione di quadri autonomi e in sè conclusi: così l’antologia diretta questa sera da Valery Gergiev, derivata da brani delle due Suites principali. Il primo brano, Montecchi e Capuleti, dopo un’introduzione dalle laceranti dissonanze, si espande in una pagina dalla sontuosa e cupa solennità, dominata da una irresistibile e ferrea struttura ritmica; al centro, con forte contrasto, si apre un episodio di sensitiva delicatezza, in cui s’intravede la tenue silhouette di Giulietta, con la melodia dei flauti che piroetta sul pizzicato di archi e arpa e i glissandi delle viole con sordina. Il brano successivo, Maschere, ci presenta Prokof’ev nella sua tipicità più assoluta, nel suo vitalismo di pura gioia sonora: la marcia (ora di Mercuzio e Benvolio mascherati) è infatti una categoria prediletta del suo genio, qui affidata al ritmo grottesco di piatti, triangolo e tamburo, su cui s’impennano temi dal passo furbesco che sembrano camminare sulle punte (una melodia è affidata al suono acidulo del cornetto).

La paterna saggezza di Frate Lorenzo è rappresentata da un Andante che procede nobile e composto come un corale, con il tema del fagotto raddoppiato dall’arpa e dal grave timbro del basso tuba; Romeo alla tomba di Giuliettaè un quadro d’avvampante drammaticità, aperto da una frase disperata dei violini poi ripresa dagli ottoni come una lugubre fanfara; le sonorità taglienti delle trombe danno alla pagina il senso di un acre tripudio d’amore incompiuto. Nella Morte di Tebaldo un’animazione indiavolata, con la corsa vertiginosa degli archi, va a schiantarsi contro l’arresto fatale di una serie di accordi ripetuti, nucleo di un ritmo ostinato che prosegue fino alla fine con funebre fissità.


Hector Berlioz (1803 - 1869) Symphonie Fantastique op. 14, Épisode de la vie d’un Artiste Quando nasce la Sinfonia fantastica, fra il 1829 e il ’30, il genio di Berlioz si era già rivelato a se stesso con le Otto scene del Faust di Goethe; ma nessuno lo sapeva ancora, tanto meno il sommo poeta che non potè nemmeno vedere il lavoro perché subito cestinato da prudenti consiglieri; per cui la Fantastique, presentata il 5 dicembre 1830 al Conservatorio di Parigi sotto la direzione di François-Antoine Habeneck, fu la prima opera che impose la sua potenza visionaria a un pubblico per nulla pronto a riceverla.

A un paio d’anni dalla scomparsa di Beethoven, è incredibile quanto l’esordio di questa Sinfonia se ne allontani: nulla di più comune in sé di una “introduzione”, ma qui non percepiamo nessuna traccia sulla direzione da prendere, nessun desiderio di azione; incertezze, sospiri, aspirazioni sì, ma ancora vaghe e come avvolte di vapori; poi si sprigionano corse dei violini “a punta d’arco” (cioè leggerissime) e quindi, come un raggio di sole, una frase del corno che suona come un atto di amore verso l’astro di Weber e verso quel mondo romantico cui Berlioz aspirava senza poterne raggiungere l’integrità e la naturalezza; in realtà, più che in ogni altra pagina della sua Sinfonia, qui Berlioz ha messo il piede in una regione sconosciuta, precorrendo le ambiguità spirituali della decadenza.

Scoperto questo mondo, Berlioz ripara in forme più vicine alla tradizione, anche se velate dalla letterarietà di un “programma” probabilmente ispirato alla rielaborazione che de Musset fece delle Confessioni di un oppiomane di Thomas De Quincey. In breve, pubblicato nell’edizione a stampa del 1845, il programma era il seguente: un giovane artista innamorato e respinto decide di avvelenarsi, ma sbagliate le dosi del narcotico precipita in un sonno popolato di fantasmi (Rêveries-Passions); nel sogno incontra l’amata a un ballo (Valse), poi in campagna in una sera d’estate (Scène aux champs); pazzo di gelosia l’artista uccide la donna e un tribunale lo condanna alla ghigliottina (Marche au supplice); l’ultima visione è quella infernale di una festa satanica (Songe d’une nuit de Sabbat), dove l’amata riappare sotto veste di maga circondata da fuochi fatui, mostri e scheletri danzanti.

Un tema ricorrente (“idée fixe”) accompagna ogni apparizione della donna: una frase ascendente che raggiunta la nota più acuta e tenuta ridiscende in calando, come il grafico di un impulso. L’idea del “programma” non aveva nessun rapporto con la musica romantica e veniva da Lesueur, maestro di Berlioz, e dal gusto e dalla concezione francese della musica come “arte imitativa”; e infatti un vero romantico come Schumann, recensendo l’opera nel 1835 (dalla trascrizione pianistica fattane da Liszt), biasimò questo unico punto del “programma”, come se la musica avesse bisogno di stampelle per sostenersi, in un articolo tuttavia pieno di ammirazione per la genialità dell’autore.

Nuovissimo suonava invece l’inserimento in seconda posizione di un Valzer, danza “democratica” già diffusa nella musica da camera (si pensi a Schubert), ma non ancora accettata nelle forme severe della Sinfonia; nella Scène aux champs sono più che mai evidenti le tracce della Pastorale di Beethoven, ma del tutto diverso è il senso del tempo, un tempo aperto e fluttuante senza misure troppo scandite; in questo paesaggio si disegna alla fine il profilo di Berlioz stesso, come un personaggio che ascolta il dialogo a distanza di due mandriani, corno inglese e oboe, sullo sfondo di un rullo di timpani, scuro come un cielo che minaccia tempesta: una scena che nell’animo di Berlioz anticipa quell’amore per il sud e l’Italia pittoresca che da lì a poco avrebbe prodotto Aroldo in Italia e il Benvenuto Cellini.

La “Marcia al supplizio”, già pensata per un’opera teatrale lasciata interrotta, Les Francs-Juges, è una scenografica, quasi carnale esaltazione della potenza fisica del suono; il suo carattere visivo, o visionario, si esalta nella conclusione con il fortissimo che piomba giù come la lama della ghigliottina e il sordo pizzicato degli archi, quasi a descrivere il macabro ruzzolare di un capo reciso; nel tumultuoso “Sabba” finale si uniscono gli scricchiolii di danze spettrali e i rintocchi del medioevale “Dies irae”, esempio maiuscolo di quella che Shelley aveva esaltato come “la tempestosa leggiadria del terrore”.

Giorgio Pestelli


Orchestra del Teatro Mariinskij - San Pietroburgo L’Orchestra Sinfonica del Teatro Mariinskij è una delle più antiche istituzioni musicali russe. Le sue origini risalgono agli inizi del XVIII secolo, ai tempi della Cappella Reale. Durante il XIX secolo l’Orchestra fiorì sotto la guida di Eduard Nápravník, che ne fu l’anima per più di cinquant’anni. Il livello di eccellenza raggiunto dall’Orchestra è stato spesse volte riconosciuto dai prestigiosi direttori che l’hanno guidata, come Hector Berlioz, Richard Wagner, Hans von Bulow, Pëtr Il’ic Čajkovskij, Gustav Mahler, Arthur Nikisch e Sergei Rachmaninov.

In epoca sovietica tale tradizione di eccellenza venne portata avanti da direttori quali Vladimir Dranishnikov, Ariy Pazovsky, Evgeny Mravinsky, Konstantin Simeonov e Yuri Temirkanov. L’Orchestra ha avuto l’onore di interpretare tante prime esecuzioni: opere e balletti di Čajkovskij e Prokofiev; opere di Glinka, Mussorgsky, Rimsky-Korsakov e balletti di Sostakovic, Khachaturian e Asafyev. Dal 1988 l’Orchestra è diretta da Valery Gergiev, straordinario musicista e personaggio di primo piano nel panorama musicale mondiale. Il suo arrivo ha significato per l’Orchestra l’ingresso in una nuova era con un repertorio sempre più ampio che ora include tutte le sinfonie di Beethoven, Mahler, Prokof’ev e Sostakovic, i Requiem di Mozart, Berlioz, Verdi, Brahms e Tishchenko e numerose opere di Stravinsky, Dutilleux, Henze, Shchedrin, Gubaidulina, Kancheli e Karetnikov.

L’Orchestra esegue regolarmente programmi sinfonici in concerti in Europa, America, Giappone e Australia. Nel 2008, l’Orchestra Sinfonica del Teatro Mariinskij, grazie anche alla guida di Valery Gergiev, è stata inserita nell’elenco delle migliori venti orchestre del mondo dalla rivista «Gramophone».


Valery Gergiev Valery Gergiev è Direttore Artistico e Direttore Generale dell’Orchestra Sinfonica del Teatro Mariinskij, Direttore Principale della London Symphony Orchestra, Preside della Facoltà di Arte dell’Università di San Pietroburgo ed è a capo del Comitato Organizzativo del Concorso Internazionale ‘Čajkovskij’. Ha dato vita e dirige il Gergiev Festival (Paesi Bassi), Le Stelle delle Notti Bianche e il Festival di Pasqua di Mosca. Sotto la sua supervisione, il Teatro Mariinskij ha dato inizio alla carriera di un vasto numero di grandi cantanti e il suo repertorio ballettistico e lirico si è notevolmente ampliato: attualmente infatti abbraccia un’ampia selezione di capolavori classici dal XVIII al XX secolo fino a opere di compositori contemporanei. Valery Gergiev collabora con il Metropolitan di New York, le Orchestre Filarmoniche di Vienna e Rotterdam e l’orchestra del Teatro alla Scala.

Inoltre è noto per la fermezza della sua posizione in difesa dei diritti umanitari: ha dato il via a una serie di concerti a scopo benefico dal titolo Beslan: Music for Life e concerti a favore delle vittime del terremoto in Giappone dello scorso anno. I riconoscimenti che gli sono stati conferiti includono premi nazionali di paesi quali Russia, Germania, Italia, Francia, Giappone, Olanda e Polonia. Nel 2010 si è aggiudicato il Glashütte Original Music Festival Prize e nel novembre del 2011 l’importante rivista francese «Classica» lo ha nominato ‘Artista dell’Anno’. Valery Giergiev ha fondato l’etichetta «Mariinskij» che, dalla sua nascita nel 2009, ha già all’attivo la pubblicazione di dodici dischi che sono stati accolti dai favori di pubblico e critica.
  
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